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Il nuovo manifesto radicale


di Fabio Massimo Nicosia
INTRODUZIONE – liberale, radicale, anarchico

PARTE PRIMA
PROBLEMI DI STRUTTURA
1. La storia come lotta di potere – Inattualità di Marx
2. L’idiocrazia
3. Beni demaniali, beni immateriali dello Stato, rendita di esistenza e groundstandard
4. La realizzazione di mercato dei beni pubblici.

PARTE SECONDA
DIRITTO E POLITICA
1. Stato di diritto e “Preambolo allo Statuto” del Partito Radicale.
2. La partecipazione democratica (second best).
3. I diritti civili
A) Manicomi, carceri, diritto penale, polizia.
B) La Corte Penale Internazionale.
C) Droga.
D) Prostituzione.
E) Matrimonio egualitario.
F) Immigrazione.
G) Eutanasia.

CONCLUSIONE
Quale futuro per i radicali.

INTRODUZIONE – liberale, radicale, anarchico
“Radicale” è termine polisemico e il suo significato dipende dai diversi contesti politici; tuttavia, almeno nel quadro storico europeo, si può forse individuare un denominatore comune, consistente nel costituire il radicalismo la sinistra, quando non l’estrema sinistra, “borghese”; e ciò prima dell’affermarsi delle correnti socialiste, ma anche dopo, quando i liberali-radicali, soprattutto in Gran Bretagna, si posero il problema del rapporto con il nuovo emergente movimento, talora collaborando o addirittura confluendo in esso, come è accaduto a molti fabiani, laburisti, o, da noi, al radicale Filippo Turati, divenuto leader di un socialismo riformista con simpatie anarchiche, come abbiamo documentato in altra sede.
Di fronte al consolidarsi di un movimento autonomo dei lavoratori, i radicali avevano dunque tre opzioni, almeno astrattamente: o collocarsi alla loro “destra”, difendendo sostanzialmente gli interessi della piccola borghesia; o allearsi con esso, come sovente è avvenuto (si pensi a un personaggio singolare come Charles Bradlaugh), con battaglie per l’estensione del suffragio, per la libertà di opinione e di associazione, per la laicità delle istituzioni, per migliori condizioni di lavoro, e altro; ovvero, mano mano che il movimento socialista si istituzionalizzava ed entrava nei gangli dello Stato, mantenere la propria vocazione di “estrema sinistra” istituzionale, e “scavalcarli”. Il che, a ben vedere, è l’operazione condotta da Marco Pannella con i giovani della sinistra radicale agli inizi degli anni ’60 dello scorso secolo, quando egli diceva, del resto, che l’alleanza dei radicali con le espressioni del movimento operaio non andava intesa come alleanza tra intellettuali borghesi, da una parte, e proletariato dall’altra, ma come alleanza tutta interna al mondo popolare.
Ma a parte tale possibile scelta pratica, si può forse dire che, anche sul piano strettamente ideale, il radicalismo si colloca più “a sinistra” di qualsiasi socialismo possibile. E non è difficile individuarne le ragioni. Il socialismo, sia nelle sue versioni utopiche e anti-stataliste, sia, a maggior ragione, nelle raffigurazioni statalistiche, dà l’idea di una società chiusa e precostituita negli esiti, di un “punto di arrivo” in fondo immobile, mentre il radicalismo, con la sua connaturata idea di perfettibilità dell’uomo e delle sue istituzioni, è più vicino all’idea di una società aperta, dinamica, conflittuale, mai definita nei suoi contorni ultimi. Diciamo quindi che il radicalismo è più progressista del socialismo, così come –per rimanere in ambito “radicale”- Gobetti è probabilmente più progressista di Rosselli.
Più esattamente, il radicalismo è la linea che conduce dal liberalismo all’anarchismo.
Ciò si comprende meglio se si fa riferimento ai predecessori storici di tale corrente di pensiero.
I due filoni storici principali normalmente ricondotti alla tradizione e alla cultura radicali sono quello francese e quello anglo-sassone. Per quanto riguarda la Francia, occorre principalmente far riferimento ai club giacobini di sinistra, anti-statalisti, anti-militaristi e anti-polizieschi. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, i primi nomi che vengono in mente sono quelli dei padri dell’utilitarismo, Jeremy Bentham e soprattutto John Stuart Mill, universalmente definiti “radicali” dai manuali di storia delle dottrine politiche, così come lo erano i loro predecessori Levellers e Diggers, questi ultimi orientati più su posizioni di tipo comunistico (della terra).
Per Mill -che ci ha lasciato peraltro pagine definitive sulle libertà individuali nel suo noto saggio On liberty, dettando principi validi in ogni tipo di società, come antidoto anche di degenerazioni autoritarie possibili anche in una comunità pretesamente “anarchica” (si vedano anche i rischi della democrazia partecipata individuati da Tocqueville)- l’obiettivo della filosofia e della politica era di perseguire il massimo benessere possibile del maggior numero di persone; ma, egli precisava, il maggior numero di persone immaginabile sono tutti gli individui. Come dire che, a dispetto di quelle che sono state successivamente individuate come degenerazioni autoritarie dell’utilitarismo, questo in realtà, a rigore, persegue il benessere e la felicità di tutti e di ognuno.
Si comprende subito dove vogliamo arrivare: a Thomas Jefferson. Egli è in realtà il primo pensatore compiutamente radicale (che, basta vedere le date, ha preceduto Mill), secondo il quale, come si ricava dalle sue opere notissime (Dichiarazione d’indipendenza, dichiarazione dei diritti della Virginia, corrispondenza, etc.), il punto centrale è il diritto innato alla ricerca della felicità, con la precisazione, importantissima, che, per perseguire un tale obiettivo, non occorresse alcun potere autoritario, paterno o dispotico, ma occorresse garantire a tutti la più ampia azione in ogni campo, limitando al massimo le attività e le interferenze governative.
Sicché è pur vero che gli uomini istituiscono “governi”, ma fan ciò per garantirsi il diritto alla vita, alla libertà, e alla felicità, e, se i governi trasgrediscono il loro impegno, gli uomini possono mutarli e addirittura abolirli.
In termini filosofici, dunque, Jefferson coniuga il linguaggio giusnaturalistico dei diritti di Locke con quello proto-utilitaristico, degli interessi, del benessere e delle passioni, di uno Hume. Da qui si sviluppa un ulteriore percorso: dall’idea che gli uomini possono abolire il governo che non rispetta i loro diritti e interessi scaturisce l’idea che il governo migliore è quello che governa meno (Thomas Paine); e da qui, passo ulteriore, che il governo migliore è quello che non governa affatto, come invocava Henry Thoreau.
Thoreau è a sua volta un “radicale”. Testatore e proclamatore della disobbedienza civile, maestro di Gandhi, egli, radicalmente libertario, non definiva sé stesso come un “anarchico”, perché non chiedeva l’abolizione immediata del governo, ma si sarebbe accontentato di un governo “migliore”, magari non militarista (egli disobbedì a una tassa perché era contro la guerra con il Messico, mentre sperimentava la sua utopia individualista nei boschi di Walden), fermo restando sullo sfondo l’ideale finale anarchista. E accanto a Thoreau vanno ricordati gli anarchici individualisti americani autoctoni, i Tucker, gli Spooner, i Warren, il cui contributo fondamentale deve ancora essere pienamente apprezzato, fino ad arrivare agli odierni anarco-capitalisti, con tutte le loro pur feconde contraddizioni.
E del resto si suol dire che anche il “primo anarchico”, William Godwin, a sua volta successivo nel tempo a Jefferson, fosse un utilitarista, dato il suo chiaro riferimento al benessere come obiettivo illuministico della ragione e delle istituzioni sociali.
Se queste sono, secondo noi, le migliori radici del pensiero “radicale” (ripetesi, linea di congiunzione che conduce dal liberalismo all’anarchia, quale ideale ultimo, forse irraggiungibile, ma da tenere a mente quantomeno come mito in grado di muovere all’azione, pratica sociale autogestionaria e di separazione individuale e collettiva nell’oggi, sperimentazione di stili di vita alternativi, oltre che teoria anarchica come fonte di analisi sovente efficace del presente) al quale occorre sempre far riferimento, val la pena di venire a noi e di analizzare, trascurando i passati giacobini e garibaldini, come il radicalismo si è inverato da noi nei tempi più recenti.
Non può a questo punto non farsi riferimento alla figura di Marco Pannella. Uomo di azione, più che di dottrina, egli ha unito la tradizione francese con quella americana del movement e della controcultura, almeno nei metodi oltre che in alcuni contenuti, e ha proseguito la linea storica tipicamente anglo-francese dell’empirismo e del pragmatismo, teorizzando sempre in funzione delle singole battaglie.
Ma, districandoci tra i suoi innumerevoli discorsi, i suoi scritti di occasione, e i suoi rari contributi, importanti, teorici (prefazione al libro di Andrea Valcarenghi “Underground a pugno chiuso” del 1973 e “Preambolo allo Statuto del Partito Radicale” del 1980) possiamo dire che Pannella nasce liberale, diventa strada facendo libertario e “anarchico” per tornare nella maturità “liberale”, e parrebbe un’involuzione, se non fosse che Pannella è troppo furbo, e forse ci ha buggerato ancora (si veda quanto diremo a proposito del “Preambolo”).
Di Pannella, in questa introduzione, resta forse da dire del suo rapporto di odio-amore con il suo stesso partito. Nella seconda metà degli anni ’70, sulla scorta delle grandi battaglie per i diritti civili, il partito radicale era divenuto un piccolo partito di massa, e alcuni, all’interno del movimento, proponevano una più solida organizzazione, non già da sostituire all’incontestabile leadership di “Marco”, ma per affiancarlo, come voleva Massimo Teodori con il gruppo di “Argomenti Radicali”, ferma restando la di lui autonomia nell’ideare e proseguire le singole battaglie. Pannella non ne ha voluto sapere e ha sostanzialmente distrutto il partito, sostituendolo con una raccolta di fedelissimi al suo servizio e seguito, fino a fondare, come ha ricordato Piero Ignazi, un movimento concorrente, i Verdi, invitando i dissidenti a confluirvi. Tuttavia la storia si è ripetuta, non poteva essere altrimenti, e nuovamente si sono riprodotti all’interno del movimento fermenti di opposizione. Insomma, Pannella non ha mai voluto accettare l’idea di un partito organizzato autonomo, e mentre prima ha risolto il problema con il più drastico dei provvedimenti (l’elevazione del costo della tessera a livelli insostenibili, oltre alla soppressione dei partiti regionali, fonte secondo lui di discordia, mentre altri direbbero di formazione di nuove élites), riducendo radicalmente il numero degli iscritti (ferma restando la crisi della militanza che ha colpito indistintamente il mondo della politica dopo la sbornia di partecipazione degli anni ’60 e ’70), oggi sostiene che il rimedio ai conflitti interni sarebbe viceversa l’estensione della presenza della “gente” all’interno del partito; certo che con una tessera di centinaia di euro all’anno…
Intanto emergevano gli anarco-radicali. A tale proposito, occorre far riferimento a un numero di Re Nudo, la storica rivista di controcultura diretta da Andrea Valcarenghi, del 1976 che conteneva, oltre alla pubblicazione della proposta di legge radicale sulla droga, i risultati di un sondaggio sugli orientamenti politici dei lettori. Ebbene, in pieno clima marxista o leninista, la maggioranza relativa dei lettori esprimeva un orientamento politico nella direzione del Partito Radicale. Ma non si tratta solo di questo. Vediamo i dati separatamente tra uomini e donne.
Tra gli uomini, il 19,7% esprimeva una preferenza per i radicali, solo il 9,8 per LC ad esempio, mentre gli anarchici erano il 7,8% (comunque tanti). Interessanti anche le indicazioni doppie o triple: l’11,7% indicava la propria preferenza per il PR più qualcosa d’altro (LC, PDUP e AO), mentre il 5,2% indicava una preferenza congiunta per radicali e anarchici.
Insomma, sommando preferenze singole, doppie o triple, i radicali erano oltre il 35% di preferenze, e gli anarchici attorno al 13%.
Ancora più interessanti i dati per le donne, data l’incidenza del movimento femminista.
I radicali da soli avevano anche qui la maggioranza relativa (20%), ma le anarchiche erano ben il 18,2%.
Ma, si badi, chi indicava sia radicali che anarchici o cani sciolti) erano, tra le donne, ben il 16,8%.
Come dire che le preferenze radicali, tra le femmine, raccoglievano quasi il 37% e quelle anarchiche il 35%, naturalmente i dati vanno sovrapposti.
A questo punto chiediamoci: chi erano questi anarco-radicali?
A nostro avviso si trattava di due categorie:
a) I radicali che non erano completamente appagati dalla politica delle singole issues sui diritti civili, che pure erano riconducibili a un unico denominatore, la politica della liberazione del corpo, ma che intendevano collocare quest’ultima in un contesto più ampio, in uno sfondo ideale, anche utopico, ma più complessivo.
b) Gli anarchici che non condividevano la linea astensionista del movimento anarchico ufficiale, e che vedevano nelle iniziative radicali degli inveramenti concreti, anche se graduali, di una possibile politica libertaria, fermo restando l’ideale ultimo anarchico.
Come si vede, queste due posizioni finiscono con il sovrapporsi.
C’è da chiedersi che fine abbiano fatto tutti costoro, e se ad esempio abbiano condiviso o no la svolta liberista e quasi anarco-capitalista dei radicali degli anni ’90, che ha avuto pregi e difetti
Ma parliamo pure senza reticenze di tale fase storica radicale. Come si diceva, essa ha avuto luci e ombre che sono le luci e le ombre dell’anarco-capitalismo, anche a prescindere dalle più recenti involuzioni conservatrici, quando non reazionarie, di questa corrente di pensiero. Il pregio dell’anarco-capitalismo storico sta, a seconda delle scuole, nella sottolineatura dei diritti individuali o della teoria del mercato come strumento consensuale di decisione collettiva. Il difetto sta nell’indifferenza nei confronti dei più deboli, che, a nostro avviso, trova soluzione nel considerare la terra, secondo una prospettiva alla Locke o alla Henry George, come originariamente res communis, e non come res nullius, con conseguente previsione di un rendita ricardiana a favore di ciascuno per il fatto stesso dell’esistenza, come meglio si illustrerà. Infatti, se i diritti di proprietà non costituiscono un presupposto del mercato, ma sono essi stessi calati nel mercato, ogni apprensione unilaterale comporta una compensazione a vantaggio di chi resta diminuito nei propri diritti originari sulla Terra.
Del resto anche il fondatore radicale Ernesto Rossi era un liberista, ma voleva, al contempo, “abolire la miseria”, come suona il titolo di un suo noto volume. E la grossa sfida è di verificare se ciò sia possibile in chiave autogestionaria e non statalistica.
Ma non si vuole eludere nemmeno il punto più controverso e scottante della politica radicale degli ultimi decenni: la questione del rapporto con Berlusconi e della pur limitata alleanza di Pannella col Polo delle libertà nel 1994. Non si vuole approvare o giustificare questa scelta, ma comprenderla, e per far ciò useremo le parole di uno studioso non radicale, a sua volta controverso, ma certo non sospetto di essere destrorso: Toni Negri.
Scriveva Negri subito dopo le elezioni del ’94: la destra “ha vinto perché ha interpretato le modificazioni profonde del tessuto produttivo italiano e ha compreso il ruolo della comunicazione nelle società contemporanee”. Tuttavia, “Berlusconi non è la diabolica funzione di un’orrida macchina di potere televisivo… No, Berlusconi è semplicemente un neoliberale”, non un fascista. E la sinistra? La sinistra, prosegue Negri, non ha compreso la trasformazione italiana “e ha continuato a considerare le corporazioni come tramite di rappresentanza”. E poi il colpo finale: “Oggi in Italia vi sono due società parassitarie; l’una è la mafia, l’altra è la sinistra, con il suo corredo di sindacati e di cooperative… Ma forse dire questo è troppo: la sinistra infatti non ha neppure la dignità criminale della mafia, essa è solamente un morto che cammina… la sinistra è come un pugile suonato, cammina sonnambulo. Con tutta probabilità, l’unica cosa da fare è sgambettare questo zombie”. Fin qui Toni Negri.
Si tratta dello stesso genere di argomentazioni che portò gli autonomi di Metropoli a sostenere Reagan contro il democratico Mondale: il liberismo come sede del comunismo possibile: un approccio si direbbe quasi gobettiano, come si vede, ed è del resto in nome di Gobetti che Franco Piperno, nel 1979, invitò gli autonomi a votare radicale.
Che cosa accomuna l’analisi feroce di Negri con la scelta di allora di Pannella? A nostro modo di vedere, si tratta soprattutto di due elementi:
a) Fatto fuori il PSI con Tangentopoli, la piccola ammucchiata della “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto era la diretta erede della grande ammucchiata dell’unità nazionale del periodo ’76-79. E’, come è noto, all’interno di tale grande coalizione, la forza che con maggiore fermezza si batteva contro i movimenti e contro l’opposizione parlamentare e referendaria radicale erano i comunisti, individuati dallo stesso movimento del ’77 come maggior nemico e maggiore responsabile della repressione (vedi vicenda bolognese);
b) L’individuazione in Berlusconi di un possibile riformatore liberale, ma questo, tanto in Negri che in Pannella, è stato un errore di sopravvalutazione, dato che (ma comunque Pannella se n’è detto tanta volte consapevole) Berlusconi non aveva né la forza né la cultura per essere davvero un eroe della rivoluzione liberale.
Del resto, subito dopo essersi alleato con i radicali, egli ha cercato subito amici al centro, il PPI di Buttiglione, mostrandosi immediatamente succube del mondo cattolico. Vedremo in futuro se le recenti resipiscenze sulle coppie gay, oltre che negli spot Findus, avranno un seguito anche nella destra italiana, stante la lentezza di Renzi sul punto, oltre alla sua sordità su tutto il resto delle tematiche dei diritti civili: si pensi alla questione carceraria, che Pannella vuole portare a livello ONU, alla questione droga, a quella dell’eutanasia e tante altre, a tacere dell’asfittico approccio alle questioni sociali e dell’economia. Il che dimostra che la necessità di una presenza radicale e libertaria, anche sul piano culturale, è ancora necessaria in questo paese, e non solo, basti pensare al grande movimento, per quanto possibile nonviolento, degli studenti di Honk Kong. E noi vogliamo cercare di dare il nostro modesto contributo in questa direzione.


PARTE PRIMA
PROBLEMI DI STRUTTURA
1. La storia come lotta di potere – Inattualità di Marx
Mentre Tocqueville descriveva l’open society U.S.A., la sua democrazia partecipata, il suo libero commercio e le sue solide istituzioni, Marx preconizzava l’imminente crollo del capitalismo, generalizzando arbitrariamente alcune osservazioni parziali, dedicando agli U.S.A. (che invece suscitavano l’entusiasmo di Bakunin) solo qualche sporadico cenno.
Com’è noto, il “Manifesto” comunista muoveva dall’affermazione che la storia sarebbe sempre “lotta di classe”. Ora, l’affermazione può essere o no valida, a seconda del concetto di “classe” che si accolga. Probabilmente, seguendo i principi dell’individualismo metodologico, occorrerebbe arrivare alla conclusione che le classi sono infinite, essendo infinite le pulsioni individuali e gli interessi, sicché “lotta di classe” non significherebbe altro che dinamica sociale, destinata a risolversi in un sistema di mercato, nel quale ognuno facesse valere quelle pulsioni e quegli interessi nei confronti degli altri.
Naturalmente, non è questa l’accezione di “classe” di Marx. Egli infatti egli, dopo aver rapidamente passato in rassegna i rapporti di potere del passato, giunge alla conclusione che con l’affermarsi della borghesia le cose sono cambiate, e il conflitto si polarizza, tra i borghesi stessi e il proletariato, nei termini stretti dei cosiddetti “rapporti di produzione”. Scrivere la storia, a questo punto, diviene la descrizione dell’evolversi di questi rapporti di produzione, con la previsione che, concentrandosi il capitale in poche mani e impoverendosi sempre di più i proletari, questi a un certo punto matureranno la propria coscienza rivoluzionaria, si impadroniranno del potere e, abolendo le classi, determineranno l’estinzione di quella sovrastruttura dei rapporti di produzione che è lo Stato. A questo punto, nella fase superiore del comunismo, si uscirà dalla preistoria e si entrerà finalmente nella storia, dove ognuno darà secondo le proprie capacità, e riceverà secondo i propri bisogni (questo in realtà Marx lo scrive nella “Critica al programma di Gotha”).
C’è qualcosa, anzi molto, che non funziona in questo “arrivano i nostri”. Anzitutto la questione dei rapporti di produzione, che costituirebbero la “struttura”, laddove tutto ciò che è giuridico, politico, ideale, culturale, artistico, etc., rientrerebbe nella “sovrastruttura”.
Si noti, sia detto di passata, che ad esempio Gramsci include nella struttura molte delle vicende che per Marx sarebbero sovrastruttura, finendo con il rendere pleonastica la distinzione.
Ma per quel che a noi più interessa, va detto che Marx entra in contraddizione con sé stesso in almeno due momenti fondamentali: nella fase della nascita del capitalismo, e in quella della sua fine.
Nel momento della nascita (Marx si riferisce sostanzialmente all’Inghilterra, ma parla, al capitolo XXIV del Libro I del “Capitale”, di “accumulazione originaria”, sicché dobbiamo ritenere che il suo sia un approccio filosofico generale), il filosofo di Treviri riconosce che il fenomeno è dovuto sostanzialmente a vicende politico-giuridiche, rappresentate dal fenomeno delle enclosures, le arbitrarie chiusure e “privatizzazioni” forzose di fondi comuni, nonché dalle feroci leggi sul vagabondaggio e sulla mendicità, che, come ha ricordato anche Foucault nella “Storia della follia”, creavano mano d’opera a infimo prezzo, pronta a essere sfruttata dal nascente “capitalismo”. In altri termini, persone che mai si sarebbero sognate di andare a lavorare in fabbriche infami e indegne, a ritmi di lavoro da schiavi, hanno accettato ciò, non già per una libera scelta di mercato, non già quindi per ragioni squisitamente “economiche”, ma perché costrette da una legge dello Stato, che impediva loro scelte di vita alternative, a pena della morte, del marchio, della mutilazione, etc.
Altrettanto incorre in contraddizione Marx (e altrettanto Lenin), a proposito della fine del capitalismo, a sua volta non frutto della naturale evoluzione del medesimo, ma come frutto di un formidabile atto collettivo politico e di forza, come appunto la rivoluzione. Le cose non cambiano se al posto della rivoluzione si pongono, come fa l’ultimo Engels, le “riforme” dall’alto, che sono pur sempre un fatto politico e giuridico, dunque di forza, e non già un fatto prettamente “economico”, avente a che fare con i rapporti di produzione in sé medesimi considerati.
D’altra parte, ritenere la primazia dell’economico, alla luce delle più recenti acquisizioni della scienza economica stessa, vuol dire tutto ma non vuol dire nulla, dato che, da Lionel Robbins in poi, per “economia” non si ritiene altro che l’allocazione di risorse scarse in vista del perseguimento dei propri obiettivi. Ma la prima delle risorse scarse, a parte il tempo, è l’energia umana, la sua forza; quindi se questa è oggetto di valutazione economica in tale accezione, la distinzione perde di peso e di pregnante significato. E Gary Becker ha mostrato che tale “metodo economico” può applicarsi a qualunque genere di attività umana, non solo a quelle della produzione di beni e servizi, nell’accezione tradizionalmente oggetto dell’”economia”: alla pena, alla famiglia, alla tossicodipendenza, etc.
V’è poi la questione del denaro. Secondo Marx, mentre il commerciante medievale produceva merce per venderla al mercato, ricavare denaro e comprare nuova merce (M-D-M), il capitalista moderno investe denaro per vendere merce e acquisire nuovo denaro (D-M-D). Ma allora, vien da chiedersi, che cosa se ne fa il capitalista di questo denaro accumulato? Se compra altra merce, la distinzione con il mercante medievale viene meno. Si dirà che il capitalista moderno investe in capitale fisso (macchinari), o che più in generale lo accumula. Ma, ancora, che cosa gli serve a questo punto accumulare tanto denaro senza investirlo? Perché alcuni accumulano migliaia di miliardi, che non potrebbero spendere mai, nemmeno comprando decine di ville o di arei personali, solo per apparire nelle classifiche di Forbes?
Evidentemente perché il denaro dà potere e prestigio, il denaro abbondantissimo dà carisma anche se non lo si spende, anzi, soprattutto se non lo si spende. Ecco allora che, a questo punto, il denaro non è fine come in D-M-D, ma comunque mezzo, anche se non mezzo per acquisire ulteriori beni materiali, ma mezzo per acquisire potere sociale. Il denaro, quando è molto, è a sua volta una species del genus “potere”.
E ancora: mentre Jevons, Menger e Walras elaboravano le nuove teorie marginaliste e soggettivistiche del valore, divenute la nuova e definitiva ortodossia, Marx ancora si baloccava con la metafisica del valore-lavoro, scrivendo migliaia di pagine, oggi del tutto inutili, di derivazione ricardiana. La circostanza non è a sua volta irrilevante ai fini del nostro argomento. Infatti, Marx ricavava dalla teoria del valore-lavoro la dottrina del plus-valore (già esposta da Proudhon in altri e più persuasivi termini, nella configurazione del diritto di albinaggio, “tributo” che il proprietario impone al non proprietario, impossessandosi del surplus proveniente dalla capacità combinatoria dell’organizzazione operaia: si pensi al famoso esempio dell’operaio che in duecento ore non può sollevare un obelisco, mentre duecento operai lo fanno in un ora, argomento interessante che non tiene però conto dell’autonoma attività di coordinamento dell’imprenditore, che in qualche modo dovrà pure essere compensata), e quindi dello sfruttamento.
Ma lo sfruttamento non consegue al mero atto di un libero contratto di lavoro sul mercato, che fosse stipulato sulla base di effettive preferenze del lavoratore in una situazione nella quale egli fosse libero di scegliere (il che non avveniva certo in situazione di “accumulazione originaria”, come si è visto), ma consegue appunto al fatto che il lavoratore è stato autoritariamente deprivato dallo Stato e dal potere dei suoi diritti originari sulla terra, che lo costringono ad accettare dal punto di vista interno un sistema a lui estraneo.
Non solo. Marx preconizzava il crollo del capitalismo sulla base di una teoria delle concentrazioni di capitale del tutto erronea alla luce dell’esperienza storica e della più moderna analisi economica.
Come ricorda David Friedman, si distinguono normalmente tre tipi di monopolio: il monopolio naturale, quello artificiale e quello di Stato, che egli considera quello di gran lunga più importante.
Quanto al primo, rileviamo quanto segue:
a) Il monopolio naturale non è un proprium del capitalismo, ma è tale in ogni tipo di società: l’autostrada del sole sarebbe monopolista del suo percorso in anarchia, nel socialismo, nel comunismo, etc.;
b) A volte un monopolio naturale è tale solo per arretratezza tecnologica o giuridica: ad esempio, le ferrovie, un tempo considerate monopolio naturale, sono oggi oggetto di una disciplina giuridica per la quale la linea ferroviaria è scorporata dal servizio, sicché quest’ultimo può essere reso da imprese in concorrenza;
c) Un monopolio naturale può essere dato in appalto con aste per aree omogenee, sicché viene instaurata una pur imperfetta competizione anche in tale ambito;
d) Quand’anche le ferrovie, per stare all’esempio, costituissero un monopolio naturale, esse non sarebbero un monopolio tout court, dato che patirebbero comunque la concorrenza delle automobili, degli aerei, etc., nell’ambito della cosiddetta concorrenza intersettoriale, che è istituto sempre operante, quale che sia il settore di riferimento.
Quanto al monopolio artificiale, che è quello al quale a ben vedere fa più riferimento Marx (concentrazione di capitale come frutto dell’evoluzione spontanea del capitalismo) Friedman invoca a proprio sostegno le parole di uno storiografo socialista, Gabriel Kolko. Secondo Kolko, alla fine dell’ottocento gli uomini d’affari erano convinti che il futuro fosse nelle mani della grande dimensione come nella creazione di cartelli, ma si sbagliavano. Le grandi organizzazioni nate per controllare i mercati e ridurre i costi si sono rivelate quasi sempre dei fallimenti, mentre i concorrenti di piccole dimensioni si rivelavano più efficienti e più capaci di produrre profitti. E così, mentre si ritiene comunemente che le commissioni di controllo tipo antitrust siano nate per fermare i monopoli, esse hanno avuto la funzione storicamente opposta, di essere invocate dai monopolisti per arginare la concorrenza. Senza il supporto dello Stato, i grandi trust non si sarebbero quindi venuti a formare, o almeno a consolidare. Quanto ai cartelli, occorre poi dire che essi sono intrinsecamente instabili, perché ciascun partecipante ha interesse a defezionare all’accordo e a stabilire condizioni concorrenziali rispetto ai partners.
Per quel che riguarda poi i monopoli di Stato, Friedman ricorda l’esempio del servizio postale negli U.S.A., fa una rassegna dei privilegi corporativi legati alla necessaria iscrizione agli albi professionali, ma sembra sottovalutare quello che invece è per noi oggi il più rilevante tipo di monopolio di derivazione statuale, quello riconducibile, in chiave moderna, alle già concessioni regie: brevetti, copyright e marchi.
Di solito gli avversari del capitalismo si avventano contro tali istituti, non avvedendosi che essi sono istituti squisitamente statalisti, dato che nel libero mercato nessuno avrebbe la forza di imporre, con la forza appunto, monopoli su idee, su invenzioni, su progetti o disegni (si vedano in proposito le preveggenti osservazioni di Benjamin Tucker).
Ora, sull’erronea base della natura di tendenziale concentrazione del capitale, Marx prevedeva che i ceti proletari si sarebbero progressivamente immiseriti, ma ciò si è rivelato errato alla luce dell’esperienza dei fatti.
Il revisionismo, quello anarchico di Francesco Saverio Merlino prima, e quello di derivazione marxista di Eduard Bernstein poi, ha dimostrato che questo polarizzarsi di classi non corrispondeva alla realtà storica, dato il rafforzarsi rapido dei ceti intermedi (piccoli proprietari agrari, piccoli commercianti, miglioramento delle condizioni operaie, etc.). Il fatto che ciò possa essere stato il frutto di determinate politiche non fa venir meno la critica, dato che il profeta Marx avrebbe potuto anche “prevedere” che, a fronte di un impoverimento generalizzato ci sarebbe potuto essere una reazione di lenimento delle condizioni del proletariato, così come noi oggi “prevediamo” che, a fronte della disoccupazione crescente provocata dall’automazione, assisteremo a nuove politiche di protezione, del tipo di quelle che noi illustreremo parlando nei prossimi capitoli della rendita di esistenza.
Un'altra incomprensione di Marx sui meccanismi autonomi del capitalismo, altro esempio della sua incapacità analitica di discernere ciò che è “mercato” da ciò che è “Stato”, riguarda la dottrina delle crisi ricorrenti, che sarebbe intrinseca alle modalità di funzionamento del sistema capitalistico. Anche a tale proposito sono emerse teorie che hanno falsificato (per quanto, come sostiene Feyerabend, una teoria non è mai falsificata definitivamente) quella dottrina. Ci riferiamo alla teoria austriaca del ciclo economico, elaborata da von Mises e dalla scuola austriaca, secondo la quale le crisi cicliche sarebbero dovute a vicende relative all’espansione e alla successiva contrazione del credito, con il susseguirsi di alterazioni dei tassi di interesse con conseguenti effetti distorsivi nella produzione.
Ora, non entriamo nel dettaglio di questa discussione tecnica, né condividiamo le conclusioni della scuola austriaca in ordine alla necessità, che ha a sua volta carattere monopolistico od oligopolistico, del gold standard (la famosa goldmania degli austriaci). Che il credito si espanda, direbbe Montesquieu, è nella “natura della cosa”. Se io verso 1 euro in un conto corrente divento creditore di 1 euro dalla banca. Se la banca presta quell’euro a Mario diviene a sua volta creditrice di 1 euro da Mario, sicché dall’euro iniziale, ne abbiamo ora 3! Ma quel che ci interessa rilevare, ai nostri fini, è che la teoria austriaca del ciclo mette in luce come le crisi, le depressioni, le recessioni, siano figlie di una vicenda monetaria: ma la moneta nel nostro sistema non è un istituto di mercato, ma è un monopolio statuale, oggi, in Europa, del superstato holding UE..

A questo si aggiunga però tutta la questione della riserva frazionaria o divisionaria, per la quale in realtà le banche emettono di fatto "moneta", ben al di là di quanto siano i depositi dei correntisti. Ma tutte le vicende del credito sono frutto comunque di un’amministrazione discrezionale della moneta, e non hanno nulla a che vedere con il mercato e la concorrenza. Ciò al di là di ogni giudizio di valore. 

Ossia, si potrà anche sostenere, erroneamente, che la moneta sia inevitabilmente un istituto di Stato (erroneamente, perché lo Stato è usurpatore monopolistico anche della moneta, basti pensare al bitcoin, alle varie altre cripto-monete esistenti, alle monete comunitarie e locali, a tacere di ulteriori sviluppi ora possibili), ma l’importante è saperne trarre le conseguenze. Mentre Marx confonde sistematicamente l’elemento Stato con quello mercato, come si è detto; mentre laddove il capitalismo fosse stato fin dall’origine un anarco-capitalismo (come sembra a volte dalla lettura di Marx), il che non è mai stato, allo stesso si sarebbe affiancato sin dall’origine un anarco-sindacalismo, non godendo i capitalisti della protezione dell’apparato statale, e la storia sarebbe stata sin dall’origine diversa.
Alla comprensione di ciò ostava la convinzione di Marx che lo Stato, sotto il capitalismo, rappresentasse nulla di più che il comitato d’affari della borghesia, sfuggendogli totalmente il carattere autonomo della dimensione statuale, il che ha contribuito anche a non fargli prevedere le degenerazioni burocratiche della cosiddetta dittatura del proletariato, dall’integrale nazionalizzazione dei beni di produzione, previste invece da Bakunin, il quale aveva ben compreso come la concentrazione nelle stesse mani del potere politico e del potere economico avrebbe dato vita alla più feroce delle tirannie (80 milioni di morti in due tra U.R.S.S. e Cina Popolare di Mao), poi ben analizzate da Bruno Rizzi, Cornelius Castoriadis e Ignazio Silone.
Altre considerazioni sull’inadeguatezza della formuletta struttura/sovrastruttura e sulla presunta primazia logica dei rapporti di produzione su quelli giuridici e politici. Si pensi all’istituto contrattuale: il contratto è istituto universale, di tutte le epoche, si ritrova nei Veda come nell’antico Testamento, come del resto la proprietà privata, e nessuno può dire che si tratti di una mera sovrastruttura del capitalismo. Anche nel comunismo più libertario ci saranno “contratti”, dato che le persone, anche vigendo il motto “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” (che fu coniato ben prima di Marx), saranno sempre libere di concordare prestazioni di qualunque tipo tra di loro.
Lo stesso vale per donazioni e atti di cortesia, previsti dal codice civile, e valide in ogni epoca e in ogni struttura sociale. Si pensi poi alla questione del diritto dell’eredità, che per Marx era questione marginale, mentre invece occupa tanto spazio nell’analisi, pur da versanti opposti, in Tocqueville e in Bakunin.
Che poi i rapporti di produzione e il mero potere economico non costituiscano sempre la molla dell’azione umana è dimostrata dall’arte e dalla cultura. Nessuno potrebbe sostenere, ad esempio, che Dante ha scritto la Divina Commedia per diventare ricco, semmai per avere prestigio, reputazione, a loro volta suscettibili di analisi economica secondo il modello Gary Becker, ma che non hanno nulla a che fare con i rapporti di produzione.
Ma che cos’è oggi un mezzo di produzione? Una mente, un telefono, un computer, che non si negano a nessuno (anche se le menti possono differire per capacità), mentre il grande capitale si giova del supporto statale, attraverso le concessioni di monopoli, i brevetti, i copyright, le politiche di ricostruzione bellica, le grandi opere pubbliche, tutti istituti statalistici, che non hanno nulla a che fare con il mercato correttamente inteso, come vedremo trattando dell’”idiocrazia”
E poi ancora il femminismo: i marxisti più evoluti riconoscono che il femminismo ha rappresentato una contraddizione nuova rispetto alla contraddizione economica fondamentale, ma si tratta di un approccio insufficiente; basti pensare che l’adulterio femminile è stato penalizzato in pressoché tutte le culture fino a tempi recenti, indipendentemente dai rapporti di produzione concretamente inveratisi nelle diverse fasi storiche. Quell’istituto aveva dunque un fondamento ideale, culturale, religioso, nel costume, nel sentimento, forse nella biologia, almeno come intesa sino a poco tempo fa, ma evidentemente non, o non abbastanza, nei rapporti di produzione.
Riassumendo, emergono i sette errori fondamentali, i sette “peccati capitali” della teoria sociale marxiana, peraltro tutti riconducibili a una erronea valutazione e sottovalutazione del ruolo dello Stato, del potere e del diritto nel consesso sociale. Non ci soffermiamo qui sull’aspetto più trivialmente messianico della sua dottrina, quello deterministico e finalistico, che è stato da più parti evidenziato, ma ci limitiamo agli aspetti che pretenderebbero maggiore statuto scientifico, e che forse popperianamente ne hanno, se è vero che sono stati falsificati dall’esperienza (ma in realtà non solo dall’esperienza, ma anche dal mero confronto di teorie, secondo un modello già evidenziato da Feyerabend).
a) Erronea attribuzione di centralità all’aspetto “economico” del possesso dei mezzi di produzione, come fonte fondamentale delle contraddizioni sociali, ignorando che tale possesso è solo una species del genus dominio, e quindi ignoranza della centralità del potere e della lotta di potere come fattore strutturale fondamentale della storia e della società;
b) Erronea analisi in ordine alla prospettiva di un accentramento in poche mani dei fattori di produzione come effetto dello sviluppo monopolistico del capitalismo, ignorando che, quando un tale effetto si dà, ciò è frutto dell’interferenza statuale e del diritto, e non mai della concorrenza in sé considerata. Marx, invero, non pare mai in grado di fornire una visione analitica del fenomeno “capitalismo” che sia in grado di depurare questo dalla contestuale presenza dello Stato come giocatore autonomo, in condizione di inquinare quello che sarebbe l’andamento di un mercato che fosse effettivamente, come si denuncia erratamente, “lasciato a sé stesso”;
c) Erronea configurazione delle cosiddette crisi periodiche, a loro volta considerate frutto dello sviluppo spontaneo del capitalismo, ignorandosi che esse sono conseguenze di fluttuazioni del credito in regime di monopolio discrezionale della moneta, quindi esterno a quello che si vorrebbe fosse, secondo Marx e i classici, il “capitalismo”;
d) Erronea previsione in ordine all’imminente crollo del capitalismo, che sarebbe frutto inevitabile dell’impoverimento del proletariato e conseguente sua ribellione. Del resto Marx riteneva che l’affermarsi del macchinismo avrebbe reso gli operai semplici bruti esecutori, laddove noi oggi intravvediamo che l’automazione condurrà puramente e semplicemente all’abolizione del concetto stesso di lavoro salariato;
e) Mancata previsione della circostanza che l’auspicata “dittatura del proletariato” non avrebbe condotto all’estinzione dello Stato, ma al rafforzamento dello stesso, dando vita alla più micidiale delle oppressioni di classe conosciute, quella della “società burocratica” (Castoriadis) dell’U.R.S.S. e della Repubblica Popolare Cinese di Mao. Anche qui si tratta della mancanza di capacità di analisi su come funziona uno Stato; e non si dica che ciò è frutto dell’epoca, perché nello stesso tempo un Bakunin comprendeva esattamente prevedere che cosa sarebbe avvenuto;
f) Erroneità della teoria metafisica del valore-lavoro, ampiamente superata, vivente Marx, dal nuovo paradigma marginalista e soggettivista, con conseguente erroneità della dottrina del plus-valore e dei fondamenti dell’istituto dello sfruttamento;
g) Inadeguatezza della teoria della moneta, ancorata alla visione scontata del suo carattere di monopolio statale, quando Menger già ne illustrava il carattere di scaturigine spontanea e di mercato. Ed è singolare che un critico del capitalismo come Marx non si avvedesse che l’istituto cardine del capitalismo, la moneta appunto, non fosse a sua volta nell’attualità un frutto del capitalismo e del mercato, ma si trattasse di un’istituzione monopolistica della trascurata istituzione Stato.

2. L’idiocrazia

Va a questo punto precisato che non coglie nel segno la diffusa polemica ostile al mercato, svolta da certi “anticapitalisti” , che agitano in proposito l’usurata formula del “neo-liberismo” o del “liberismo selvaggio”. E’ infatti banale, ma non superfluo, ribadire che il “capitalismo” che conosciamo –e non certo da oggi - ha ben poco a che fare con il modello del mercato imperturbato, e che oggi, il “selvaggio” è tutt’altro che un liberismo sano. Si tratta infatti di un fenomeno in gran parte fiorito all’ombra dello Stato o degli organismi internazionali superstatuali -sicchè, se i no-global attaccano tali organismi, essi fanno inconsapevolmente una battaglia liberista-. alla cui incessante azione, di regolazione o di intervento diretto, si devono gran parte degli arricchimenti e degl’impoverimenti conosciuti nella modernità, così come si deve alla decisione “pubblica” dello Stato l’assegnazione preliminare dei diritti di proprietà e in genere dei titoli legali. Non solo. Come vedremo di qui a poco, il fenomeno ha assunto in tempi recenti la consistenza di una nuova forma “idiocratica” dell’articolazione stessa del pubblico potere in un forse inedito intreccio col grande capitale, monstrum “privatistico” e appunto “capitalistico”, che ricorda per taluni aspetti il modello feudale, e in parte quello canonico, peggiorati dalla sporcatura aziendalistica e dai laminati plastici, metafora di un’architettura scadente quale quella dei palazzi in cui operano le relative attività.
Un’eclatante conferma si ricava dal testo di un insider del sistema di edificazione del cosiddetto capitalismo globale –che alla luce della descrizione si rivela piuttosto un nuovo genus di “capitalismo assistito”- ad opera dell’”impero” . L’autore descrive un impressionante intreccio -che egli definisce “corporatocrazia”, dalla radice dell’inglese “corporation”, società per azioni, per quanto sia ravvisabile un’affinità con le letture più stataliste del corporativismo fascista -, tra poteri dello Stato, istituzioni internazionali come la Banca Mondiale , imprese petrolifere, dell’energia elettrica, delle infrastrutture e dell’edilizia, società di consulenza e revisione, collegate tanto al governo quanto alle corporations, e governi locali corrotti e dittatoriali, soprattutto quando fornitori di petrolio, ma non solo. Il tutto volto ad arricchire, attraverso le commesse e gli appalti pubblici, le imprese stesse e i governanti, a scapito delle popolazioni locali. Queste vengono infatti indotte artatamente all’indebitamento per realizzare “grandi opere pubbliche”, inutili e spesso dannose, e comunque sovradimensionate da stime di fabbisogno di comodo, con il pretesto della promessa di un rapido sviluppo tecnologico dei loro paesi, sì da vincolarli altresì a politiche internazionali subordinate rispetto a quella del governo U.S.A.. Con l’aggiunta che gli esponenti di tale governo sono stati spesso personalmente coinvolti, come nel caso dei Bush, in quelle operazioni speculative, in un conflitto di interessi di proporzioni colossali.
Se ne ricava che, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la dottrina economica che presiede a tale fenomeno non è quella cosiddetta liberista, ma all’opposto quella keynesiana , fondata sull’attiva e decisiva iniziativa statale, in una sorta di “neo-mercantilismo” di guerra, che non ha nulla a che vedere col mercato correttamente inteso, considerando che le devastazioni sono altrettante occasioni di ricostruzioni, e quindi di appalti di opere pubbliche di immani dimensioni e di dimensione transnazionale, secondo la consueta logica keynesiana, ispirata al modello del “Monello” di Charlot: prima devasto e poi ricostruisco.
Sulla base di tali elementi, è il caso di riflettere ancora sulle forme che lo Stato viene assumendo nella contemporaneità, del suo procedere per “privatizzazioni” del tutto fittizie, o meglio, che tali sono, ma al di fuori di un sistema di mercato; privatizzazioni, il cui scopo è solo quello di distribuire il potere per lotti integrati, e sottrarre le relative operazioni al controllo (parlando ancora degli U.S.A.) del Congresso e in genere alle verifiche di legittimità; sicché persino le multinazionali appaiono oggi, certo non espressione di “liberismo”, come credono i critici di sinistra più ingenui, ma articolazioni transnazionali e formalmente privatistiche, e quindi (ecco il trucco) “libere”, della nuova forma-Stato e della sua azione di rapina e spoliazione.
Il punto cruciale è che la depredazione viene favorita dalla forma privatistica, per mistificatorie ragioni di diritto positivo, artificiosamente ispirate a una sistematica tradizionale, del tutto inadeguata alla nuova situazione. Sicché viene consentito allo “pseudo-privato” ciò che a un’istituzione pubblica, almeno in parte imbrigliata dal principio di legalità proprio dello Stato di diritto, oltre che soggetta al giudizio dell’opinione pubblica, non verrebbe consentito. Anche se occorre riconoscere che talora dottrina e giurisprudenza, almeno in Europa, hanno cercato di porre un freno a tale funesta deriva, sia pure tra contraddizioni, conseguenti all’idiosincrasia anglo-sassone per la scienza del diritto amministrativo, della quale Albert Dicey costituisce la più nota espressione.
Se, in un contesto di monopolio nella produzione giuridica, l’atto del potere pubblico viene ricostruito, come sempre più spesso si tende a prospettare, nei termini dell’atto di diritto privato, ci troviamo innanzi a una grave mistificazione, data l’assenza totale di concorrenza nel quadro in cui viene adottato. Lungi dal rappresentare un passaggio dal monopolio, proprio del diritto pubblico, al sistema del mercato, saremmo di fronte a una regressione verso lo Stato patrimoniale, con perdita secca delle garanzie che il diritto pubblico classico impone all’attività del pubblico potere.
Il problema dei fautori delle garanzie del costituzionalismo liberale non è allora, come sembra si sia destinati a fare, introdurre il diritto privato nell’attività dello Stato (altra cosa sarebbe assoggettare lo Stato ai principi civilistici), ma, semmai, esattamente all’opposto, introdurre il diritto pubblico nell’attività dei monopoli e oligopoli privati che quello Stato stanno progressivamente sostituendo, in nome di un “anarco-capitalismo” del tutto malinteso.
Solo superficialmente, quindi, un libertario, o anche un marxista, dovrebbero gioire per quelli che, inquadrati storicamente, potrebbero rivelarsi come solo apparenti passi nella direzione dell’estinzione dello Stato, come l’abbiamo conosciuto nella modernità, inteso come apparato separato dal resto della società. Dato che occorre sempre guardarsi da quelli che paiono progressi della storia che, alla prova dei fatti, si rivelano sonori passi indietro. Ad esempio, si consideri che un atto di diritto privato, contrariamente a un atto di diritto pubblico, può essere annullato solo per errore, dolo e violenza, e non può essere sindacato nei motivi e nei fini.
Il deciso dislocamento dell’attività statuale, o già statuale, nell’area del diritto privato determina poi un’altra conseguenza paradossale: l’attrazione dell’atto del potere nell’ambito dell’attività puramente politica e non giuridificata. L’atto politico condivide con l’atto di diritto privato l’esser libero nel fine: l’intera attività politica, pre-costituzionale e pre-amministrativa, si svolge del resto con strumenti privatistici, e forse addirittura pre-privatistici, ossia non giuridicamente rilevanti.
D’altra parte, è di tutte le teorie classiche e moderne dello Stato attribuire allo stesso una fondazione privatistica, quale è il contratto sociale, sia esso quello di di Hobbes o di Rawls, ovvero una convenzione spontanea e consuetudinaria alla Hume, o, per certi versi, alla Nozick.
Nella politica della modernità, si procede a sua volta “privatisticamente”, attraverso patti e convenzioni tra politici e partiti (patto del Nazareno…), prima ancora che tra istituzioni, salvo che, a differenza di quanto avviene nel mercato, i relativi atti sono opachi, in quanto appartenenti agli arcana imperii, ove la trasparenza auspicata dal diritto pubblico non perviene.
Si è detto che tale processo storico, secondo cui il diritto pubblico trova sostituzione tendenziale nel diritto privato, ha una formula politica non ufficiale in alcune correnti di pensiero che, a nostro modo di vedere, hanno usurpato l’etichetta anarco-capitalista; ma si tratta appunto di una mistificazione, perché dell’anarco-capitalismo manca l’elemento fondante, che è la concorrenza e il mercato. Non ci stupiremmo un giorno di trovarci di fronte a un Parlamento s.p.a. e a un Governo s.r.l., senza che il monopolio del potere ne risulti minimamente intaccato; esso risulterebbe anzi addirittura consolidato, per il recedere dei momenti di partecipazione dei cittadini alle decisioni collettive. Qualcuno preda di facili entusiasmi asserirebbe che si tratterebbe comunque di una situazione “senza Stato”, ma il passaggio dai marmi e dai graniti, ai laminati plastici e al vetro-resina, non muta la sostanza, ma solo la parvenza.
Ma, forse la cosa sorprenderà di più, tale tendenza trova un precedente anche in alcune teorizzazioni leniniane, come quando il leader della rivoluzione russa immaginava di ridurre tutta l’attività statale “a semplici operazioni di registrazione, d’iscrizione, di controllo, da poter essere compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per un normale ‘salario da operai’” . E ancora: “Riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di ‘sorveglianti e di contabili’, modestamente retribuiti, responsabili e revocabili” .
Senonché, tanto l’attività statuale viene resa semplice, vincolata ed esecutiva, quanto le scelte di fondo politiche, quelle che riguardano la risoluzione dei conflitti tra interessi, venivano “privatizzate”, in quanto affidate all’insindacabile decisionismo del Partito dei lavoratori, così come avviene ed è avvenuto da noi con la “partitocrazia”. Il massimo tentativo di attuazione pratica di simili principi si ebbe, come è noto, con la Costituzione cinese del 1975, con la quale, in nome di una travisata e strumentale lettura della teoria marxiana dell’estinzione dello Stato, si facevano tendenzialmente deperire i residui di Stato di diritto, per porre le istituzioni pubbliche totalmente al servizio del dominio del “privato” Partito Comunista. Sicché, in base a tale ordine di idee, dovremmo forse ritenere che lo Stato comunista, leninista, maoista e post-maoista, sia “non autoritativo”, in quanto i suoi atti siano o vincolati, o frutto di soggetti formalmente privati, posti a monte di quello Stato?
E’ vero invece che, se le parole hanno un senso non orwelliano, può essere considerato “non autoritativo” solo l’atto che, in circostanze simili, potrebbe essere adottato da qualunque altro soggetto del mercato, in regime di reciprocità.
Chiediamoci invece che cosa accadrebbe se il monopolio di diritto, di diritto pubblico, fosse sostituito da un monopolio di diritto, ma di diritto privato. I suoi momenti coercitivi sarebbero liberi da impacci, ma verrebbe meno ogni legittimazione a quel monopolio, se è vero che, come riconosce lo stesso Nozick, solo la superiore qualità delle sue procedure, rispetto agli ipotetici concorrenti, potrebbe in ipotesi giustificare il monopolio stesso.
Un monopolio di diritto “di diritto privato” sarebbe piuttosto l’equivalente di una proprietà di dimensione “nazionale”, sicché, per stabilire se un “proprietario nazionale” sia o no preferibile rispetto a uno Stato costituzionale, dovremmo confrontare i rispettivi poteri sulla base dei principi. Ad esempio, il proprietario privato potrebbe anzitutto discriminare nelle proprie scelte, sicché non varrebbe il precetto ex art. 3 della Costituzione repubblicana. Né varrebbe l’art. 97, perché, per i privati, il principio di buona amministrazione trova sanzione solo attraverso l’istituto del fallimento, ma non prevede di norma la funzionalizzazione dell’impresa, il suo assoggettamento a criteri giuridicamente vincolanti di buona amministrazione momento dopo momento.
Eppure gli atti del proprietario sarebbero comunque “autoritativi”, in quanto atti non soggetti alla concorrenza, ma di un monopolista di diritto, e tuttavia “insindacabili” come non lo fossero. Il proprietario, è vero, potrebbe dotarsi delle stesse regole di uno Stato costituzionale, ma ciò farebbe a suo esclusivo piacimento, non tenuto a ciò da alcuna regola di partecipazione alle decisioni da parte degli individui non proprietari che stazionano nella sua proprietà. I quali sarebbero quindi totalmente in balia delle decisioni, qualificate dai plaudatores “libere” e “autonome”, del proprietario.
In definitiva, privatizzare lo Stato, ma contro e senza la libera concorrenza, semplicemente non conviene dal punto di vista della libertà individuale, oltre a consentire “sonori passi indietro” rispetto all’ordinamento costituzionale liberal-democratico.
Alla luce di quanto sopra, come definire più tecnicamente quella “corporatocrazia”? E’ il caso di riprendere, anche con intento satirico, lo spunto di Hanna Arendt, che ci ricorda come, per gli antichi greci, “una vita spesa nell’esperienza privata di ‘ciò che è proprio’ (idion), fuori dal mondo comune, è ‘idiota’ per definizione” . Sicché possiamo noi ora parlare, per contrassegnare questo sistema di “privati”, che ambiscono a farsi “potere pubblico” o a ereditarne lo scettro con la menzogna, di “idiocrazia” . A dire il vero, se è idiota chi si fa i fatti propri, è ancora più idiota chi molesta: l’idiocrate si caratterizza per il fatto tanto di farsi i fatti propri, quanto per molestare gli altri, attraverso il controllo del monopolio della forza. Un’idiocrazia “aziendalistica”, se è vero che l’ambizione di siffatto sistema è di parcellizzare, destrutturare apparentemente, per ristrutturare il potere, organandolo per aziende che hanno introiettato il principio burocratico in nome del celebrato “management” , diffondendo tra detti soggetti quella sovranità, che l’evaporazione dell’elemento territoriale classico vuole rendere adespota. Sicché disponiamo oggi di “privati”, che concentrano, sia pure ripartendoselo, il monopolio della forza –del resto, non solo il governo, ma anche la produzione richiede forza fisica - e pretendono appartenenza necessaria (si pensi alle varie casse di previdenza), che pretendono di riscuotere importi unilateralmente, quasi si ritenessero investite di chissà quale irrinunciabile funzione; “società” che rilasciano certificazioni indispensabili per legge o che dispensano sanzioni amministrative, e si impongono transterritorialmente, secondo un malinteso concetto di “decentramento” ; ma anche di “privati” che esercitano una supremazia di fatto sul territorio, esercitando diritti di superficie o servitù, concessi loro da amministrazioni, ormai autospoliatesi di quasi ogni potere, che gestiscono secondo modelli di controllo sociale improntati all’uso delle tecnologie (videocamere, etc.), sovente ispirati all’ignobile ideale delle gabbie giustapposte. Fondi-pensione e aziende capitalistiche che lucrano sul “silenzio-assenso” per incamerare i soldi dei lavoratori; per non parlare della Banca d’Italia, oggetto di un tecnicamente penoso, mistificatorio e abietto tentativo di contrabbandarla per “privata” –eppure certo non fallisce, né va in liquidazione coatta amministrativa-, ente, organismo di diritto pubblico in quanto esercita poteri autoritativi e sovrani sulle banche e su quanto residua del mercato, e che tuttavia, in un grottesco conflitto d’interessi, è dominato dalle banche stesse, essendo Bankitalia di proprietà dei più forti tra gl’istituti di credito! Oligopolisti protetti, e padroni del proprio “controllore”! Il tutto gabellato per “partecipazione”, o magari “democrazia economica”, come si diceva una volta: prodotti malati della “fantasia” al potere, con uno scopo ben preciso: sottrarsi all’impaccio della legittimità.
Se lo Stato nazionale, in un siffatto contesto, non è ancora assorbito dalla forma esteriore privatistica, ciò si deve fondamentalmente a due fattori: a) le imprese in forma societaria multinazionale capitalistico-idiocratiche non risultano ancora dotate di un loro proprio fondamento di legittimazione adeguato e persuasivo per la massa dei cittadini, dato che non sarebbe attualmente proponibile uno Stato-Coca-cola, o uno Stato Microsoft; b) Lo Stato appare a costoro tuttora estremamente utile per dar vita incessantemente a una normativa di favore nei loro confronti, rinforzando le loro posizioni monopolistiche od oligopolistiche –invertendo il trend della tradizione social-democratica-, verosimilmente fino al momento in cui tale opera sia ritenuta completata.
Diversamente da quanto auspicava Marx, pertanto, non stiamo assistendo a uno sviluppo a pieno ritmo di un capitalismo che, in preda delle proprie contraddizioni, si auto-estingue e con sè estingue lo Stato, ma a un imprevisto fenomeno di organica osmosi tra quel capitalismo -forte di istituti di tradizione statalistica quali il brevetto, il copyright, il marchio e in genere il monopolio protetto dal cosiddetto “diritto industriale” (intellectual property), che in realtà è diritto pubblico coercitivo, risalente almeno all’epoca della concessione dei feudi, dei munera e delle cariche nobiliari più parassitarie- e lo Stato stesso. Di tal che l’estinzione di quest’ultimo non condurrebbe a una fase più alta e spiritualmente elevata dello sviluppo umano, ma a un deciso passo indietro nella direzione del dominio di classe e dell’uomo sull’uomo da parte di un ceto avido, incolto e spregiudicato (i cosiddetti top managers economico-finanziari, appunto, e i loro sodali politici, cointeressenti, se non, spesso, coincidenti), avallato dal fondamento di legittimazione dello Stato e dello stato precedenti e, quindi, dalla stessa inerzia della popolazione nei confronti del consolidarsi di questi fenomeni: dato che è il sistema di credenze popolari a munire i fenomeni stessi dei processi, loro indispensabili, di ristrutturazione della legittimazione.
Tipico di siffatta idiocrazia è l’aver mutuato, come in un processo di osmosi, il peggio della burocrazia storica come la conosciamo, nonché tutte le sue inefficienze. Basta fare la coda da un “MCDonald” o in un supermercato per rendercene conto; costantemente ci vengono opposti “regolamenti” inderogabili, come nemmeno capita ormai più con la burocrazia “pubblica”. Ad esempio, una volta in un MCDonald ci hanno rifiutato un bicchiere d’acqua, in quanto non previsto dal regolamento; a volte sembra che, nel ricambio generazionale, tra public sector e idiocrazia vi sia stata addirittura un’osmosi, oltre che di mentalità -talora addirittura in peggio, dato il precipitare delle condizioni della nostra scuola pubblica e privata-, anche di management, o di precari e di personale avventizio. In alcuni supermercati, dopo essere stati costretti a prestazioni lavorative gratuite del tutto estranee alla fattispecie contrattuale, e terminato la coda alla cassa, ti chiedono di fare un’altra coda, quella per vidimare il biglietto del parking! Di tal che vien quasi l’idea di sviluppare il discorso di Widar Cesarini Sforza sul “diritto pubblico dei privati”, per configurare una nuova categoria, quella dell’atto amministrativo privato, che, in teoria, non sarebbe altro da una proposta contrattuale ex art. 1341 o 1342 c.c., oltretutto soggetta al canone interpretatio contra stipulatorem; ma che viene vissuto dagli operatori, ma purtroppo anche dall’utenza e dalla clientela, come fonte di imperativi di fatto, giuridicamente del tutto insussistenti e privi di alcuna vincolatività, la cui implementazione è affidata a personale improvvisato e impreparato.
Val la pena di sottolineare un altro aspetto particolare, rilevante dal punto di vista tecnico-giuridico: tutti gli agenti dell’”idiocrazia”, con i quali noi entriamo quotidianamente in contatto, al di là delle pompose qualifiche funzionali delle quali si rivestono nel linguaggio cosiddetto manageriale (businnes manager, market manager, commercial marketing, preferred clients, principal, e altre dizioni pretenziose ed enfatiche), sono solo “commessi dell’imprenditore” ai sensi dell’art. 2210 c.c. Essi sono infatti privi di alcun potere di trattativa, non essendo titolari, ai sensi dell’art. 2211 c.c., di alcun “potere di derogare alle condizioni generali di contratto”, fissate dall’imprenditore, ove esistente: di imprenditore non è però davvero il caso di parlare, trattandosi di struttura interamente organizzata in forma burocratica. Quello con il quale entriamo giorno dopo giorno in relazione, è quindi appunto solo un apparato burocratico, meramente esecutivo di ordini di un “alto”, altrettanto burocratico e impersonale, che noi non conosciamo e non vedremo mai, se non forse in televisione, con il quale non abbiamo diritto di parola e di trattativa contrattuale, giacché nemmeno il capo-reparto di un supermercato o di un McDonald dispone del potere di derogare alle condizioni prefissate della proposta di prezzo e delle altre condizioni del rapporto, sempre ai sensi dell’art. 2211 c.c.
Tale “privata” idiocrazia, nei rapporti con il pubblico, ha dunque introiettato il peggio della mentalità burocratica (“il dottore è fuori stanza” tanto nel pubblico, quanto nel privato), forse addirittura oltre quanto lo stesso Stato, nel caso italiano, impregnato talora dell’anticorpo della cultura “meridionale”, che ha in uggia il legalismo esasperato e formalistico fine a sé stesso, abbia fatto in passato. Il che non esclude certo che sempre vi siano state brutalità e pestaggi, tuttora diffusi, da parte delle polizie. Ma si coglie, in quell’atteggiamento “meridionale”, una certa influenza dell’ipocrisia farisaica, volta a non prendere del tutto sul serio il diritto scritto, ammiccando alla contestuale vigenza di consuetudini contra o praeter legem che vorrebbero apparire talora più “bonarie”, laddove nell’idiocrazia si coglie una componente più marcatamente sadducea, ammantata da malinteso “efficientismo” –un che di ben diverso dalla nozione economica di efficienza- alla “ragiunatt” milanese, e non è detto che nel cambio ci si guadagni, dato che, all’apparente ammorbidimento consuetudinario della rigidità normativa del cosiddetto “Stato di diritto”, l’idiocrazia ha fatto propria un’idolatria della “legge”, accompagnata da consuetudini interpretative addirittura più restrittive del testo normativo stesso, conformato proprio in modo da poterle consentire senza prevedere rimedi adeguati all’interno del sistema stesso.
Diciamo che, rispetto alla fase ammantata di formalismo statuale, l’idiocrazia è un potere che ha gettato quasi del tutto la maschera, sicché dove non arriva la norma scritta, giunge la mano armata della “prassi”. L’idiocrazia rappresenta perciò una sorta di fase suprema della burocrazia, tutta incentrata com’è sulla valorizzazione di elementi organizzatorii fini a sé stessi tutti interni all’azienda, mutuando le tipiche modalità indifferenti al risultato –garantito dalle provvidenze pubbliche- della mentalità burocratica, negando il carattere proprio, comunemente attribuito al settore privato, che dovrebbe essere quello di mostrare attitudine a soddisfare le aspettative del mercato e i bisogni dei consumatori. Ci si chiederà allora come aziende siffatte riescano a sopravvivere, visto che disprezzano clienti e potenziali clienti (banche che rifiutano l’apertura di conti correnti, finanziarie che rifiutano finanziamenti di poche migliaia di euro a clienti con centinaia di migliaia di euro nel conto corrente), le cui esigenze sono loro indifferenti, ma la risposta la si è già fornita, e cioè che non di mercato si tratta, ma di tanti monopoli e oligopoli coercitivi, giustapposti e integrati, di fatto mantenuti dalla redistribuzione del denaro pubblico da parte del potere politico, che opera alle loro dipendenze, quando non si tratta addirittura delle stesse persone, come avviene platealmente in Italia, negli U.S.A., con le grandi famiglie presidenziali, e in Russia, con l’”amico Putin”, accolita di affaristi, annidati allo snodo dei vertici pubblico-privati del sistema.
Sulla “mentalità burocratica” e “idiocratica” andrebbe sviluppato uno studio, del tipo di quello diretto da Adorno sulla personalità autoritaria, per denunciare la propensione di alcuni, attaccati -evidentemente eredi degli antichi sadducei-, nemmeno tanto alla lettera della norma, quanto a una sua accezione asfittica, come si è visto. E ancor più d’attualità sarebbe oggi uno studio sulla mentalità idiocratica, nella quale confluiscono il peggio di quella pubblica e il peggio di quella privata: si pensi all’approccio di alcune telefoniste aziendali, che, quando chiami, ti chiedono sempre: “Lei di che società è?”, quasi che un privato, per esser tale, debba per forza appartenere a una qualche s.p.a.; fino al punto che qualcuno ha sostenuto che un essere individuale non sarebbe mai un “privato” in quanto tale (ad esempio non lo sarebbe un dipendente pubblico), ma che per assurgere a privato occorrerebbe appunto costituirsi in s.p.a., ossia in un ordinamento burocratico, almeno per come è concepito oggi nella pratica!
E il sistema idiocratico prosegue nella sua velleità di tutto pervasivamente controllare, attraverso la schiavitù di una mediocre tecnologia: carte di credito che registrano ogni nostro personalissimo acquisto, telecomandi con decine di tasti, di cui solo tre o quattro utili; telefoni cellulari pieni di comandi superflui, che informano di ogni nostro movimento e segnalano il nostro espatrio, “Fidaty Card” che registrano il contenuto della nostra spesa e vendono, non si sa a chi, il nostro “profilo di consumatore”, in barba a ogni ridicola normativa sulla privacy (“mi mette una firmètta per la praivasi?”). E DVD che, dopo essere stati inseriti, ti chiedono ancora se vuoi vedere il film.
Lo stesso principio della polizia privata, una volta aziendalizzata secondo il modello idiocratico, quindi in assenza di reale concorrenza tra gl’interessi contrapposti, ha perduto gran parte della propria attrattiva, giacché l’esperienza che se ne è avuta fin qui è che il “poliziotto privato” finisce con il risultare esecutore di ordini, appunto “aziendali”, senza nemmeno quella sensibilità latamente “politica” che lo forze dell’ordine dello Stato liberale talora hanno saputo dimostrare in qualche momento del lontano passato nel dirimere controversie e nel prevenire, con buon senso, sia pure con un eccesso di paternalismo, i conflitti più irragionevoli, come almeno suggerisce il personaggio interpretato da Vittorio De Sica, maresciallo dei carabinieri in “Pane, amore e fantasia”.
E molto anarco-capitalismo e i suoi cascami hanno imboccato la mesta parabola di munire di giustificazione teorica siffatte impressionanti “innovazioni”, involuzioni d’intelligenza (non a caso l’etimologia ci ha suggerito uno sferzante “idiocrazia”), come si è visto, oligopolistiche e collusive, pessime oltretutto sotto il profilo della dottrina.
Quanto ne siamo lontani! E dire che, se anarchici classici e no global sbagliano oggi diagnosi sulla descritta natura dell’imperialismo delle multinazionali, che vanno ormai appunto qualificate nei termini del depositario e affidatario di quote coercitive di sovranità, gli anarco-capitalisti sembravano poter indicare orizzonti ben più appetibili, pur non vedendo tutta la verità, allorchè non comprendevano che un sistema di mercato svincolato dalla protezione e promozione statale, quale essi hanno sempre dichiarato di auspicare, avrebbe portato a conseguenze “rivoluzionarie” che essi stessi non mostravano di immaginare, e che forse non avrebbero nemmeno gradito: quell’anarco-capitalismo plus dixit quam voluit , e tuttavia diceva.
In definitiva, l’”idiocrazia” di cui sopra abbiamo parlato rappresenta solo una fase suprema e più sofisticata, nell’incontro statalismo-capitalismo monopolistico-socialdemocrazia, di un modello antico, riconducibile almeno in parte alla compravendita delle cariche e dei munera, vicende che peraltro non prevedevano il completo assorbimento delle istituzioni pubbliche nel concetto di “azienda privata” come oggi goffamente ci viene propinato dal gergo mass-mediale, malamente attinto da frettolose letture di teoria dell’organizzazione .
L’art. 2210 c.c. si attaglia perfettamente all’idiocrazia e al suo punto di implosione, consistente nell’evaporazione della figura imprenditoriale, sostituita da una gerarchia funzionariale intra-aziendale che non risponde a nessuno, stante la non necessità, per attività sostanzialmente assistite dalla finanza pubblica e dalla legislazione di privilegio, di fornire servizi efficienti, dato il recedere dell’interesse del consumatore in attività dal carattere spesso emulativo e vessatorio nei suoi confronti.
Il venir meno della figura imprenditoriale nell’idiocrazia determina la sua inefficienza, con conseguente schiavitù del consumatore, che lavora gratis per il supermercato da quando raccoglie la merce dagli scaffali a quando la introduce nei sacchetti o che deve andare a ritirarsi il “decoder” perché l’azienda ha altro da fare e si vede che non ama acquisire clientela, dato che si paga per visionare ogni singolo film, e senza decoder non si può guardare il film e quindi pagare. Un sistema pianificato a tavolino da “strateghi” e “managers” sulla base di mediocri nozioni di psicologia aziendale e del consumatore, elaborate in “briefing”, in “brainstorming”, la cui intelligenza e vivacità fa il paio con quella degli organi collegiali delle scuole e delle asl, di impianto quindi e ispirazione burocratica e “legalista” molto più di quanto si ritenga comunemente (i pareri dei legali sono molto richiesti, per essere e sentirsi “a posto”), da parte di soggetti nei quali lo stimolo dell’utile fondato sulla soddisfazione del consumatore è del tutto assente.
I prezzi dei beni e dei servizi, in questo quadro, non hanno valore di corrispettivo, ma di mera riscossione finalizzata al controllo individuale e sociale, dato che il potere e la ricchezza degli azionisti, di facciata od occulti, deriva sempre dalla virtualità finanziaria, mai dall’utile d’impresa, del resto inverificabile, data l’inaccessibilità dei bilanci reali, sempre che anche questi siano redatti in modo intelligente, e il carattere fittizio, anche per l’assoluta opinabilità di molte poste e cespiti, come nel caso della valutazione dei beni immobili, di quelli ufficiali e resi pubblici, o i cui presupposti siano elaborati attraverso due-diligence del tutto approssimative.
L’idiocrazia ribalta il luogo comune della teoria economica della sovranità delle preferenze del consumatore, dato che il di lei atteggiamento nei confronti del “cliente” non è dissimile da quello del vecchio apparato burocratico statale-ministeriale nei confronti del “suddito” e poi dell’”utente”: di disinteresse, in nome di una supremazia, che non ha nulla a che vedere con la capacità di acquisire consenso in un sistema concorrenziale.
La forma-burocrazia, di cui è espressione l’idiocrazia della decadenza “capitalistica”, ha attinto quindi dai modi comportamentali del pubblico impiego, dalle inefficienze della relativa sindacatocrazia (benché le inefficienze nel pubblico impiego non sono un mala quia mala, dato che possono rappresentare, in qualche caso, dei boicottaggi dall’interno), e da certe modalità organizzatrici proprie delle organizzazioni collaterali del PCI degli anni ’70, il tutto condito dalla scadente teorica e retorica del “managerismo”, avviata da noi dal fenomeno, negli anni ’80, del “rampantismo”, storicamente associato al PSI di Craxi e Martelli, al di là delle effettive responsabilità individuali -che portò però a un compenetrarsi pubblico-privato culturalmente più intenso di quanto non lasciasse prevedere il sistema IRI-partecipazioni statali-enti pubblici autarchici, prima fascista e poi democristiano-, per poi sfociare nel plebeo mito pseudo-efficientista del berlusconiano venditore porta a porta di polizze assicurative e finanziarie, dall’imbonitore televisivo dei vari “Aiazzone” e “Grappeggia”, del mobile moderno o antico “in legno massello” ed “estremamente valido”, e nella pianificazione urbanistica “convenzionata” e “contrattata” di dislocazione nel territorio dei relativi “capannoni” (PIP, quasi interi comuni destinati a zone industriali D, etc.), che trovano una prima vivace caratterizzazione e ricostruzione anche teorica nel personaggio del brianzolo venditore di divani “Lillo” del simpatico attore comico lombardo di Luino (quindi quasi svizzero) Massimo Boldi (“vien zue a trovarmi”).
In quel punto di implosione si viene a determinare l’intersezione con l’altro elemento portante del sistema idiocratico, ossia la sua compenetrazione strutturale, quindi anche fisica, di quelle attività con beni demaniali e pubblici, con devoluzioni di quote di potere sovrano attraverso il monopolio della moneta, resa artificialmente risorsa “scarsa” e “limitata” attorno alla quale competere –laddove si tratta, in quanto virtuale, di risorsa intrinsecamente inesauribile- con il meccanismo delle cosiddette concessioni di servizio pubblico –che sono in primo luogo concessioni di poteri autoritativi-, con la conseguenza che la proposta di contabilizzazione nei bilanci degli enti pubblici territoriali del valore di stima di mercato (metodo “Lange”) di quei beni e di quei servizi, taglierebbe l’erba sotto i piedi di quel sistema idiocratico, che si nutre esattamente dell’appropriazione esclusiva di quel valore, che non risulta né dai bilanci pubblici, né da quelli “privati” aziendali.
Questi “privati”, infatti, si giovano dell’imponente valore economico di quei beni, di quel suolo, di quelle concessioni in esclusiva della titolarità di servizi e di poteri, che quindi vengono sottratti alla generalità degli individui, con una perdita secca, dato che il trasferimento di ricchezza e di risorse dalla collettività al soggetto privilegiato non viene evidenziato né politicamente, né giuridicamente, o almeno non contabilmente, non consentendo al cittadino comune di acquisire la consapevolezza che il suo impoverimento non è frutto di “spontanei” e “naturali” meccanismi di mercato, ma di scelte politico-amministrative che tengono celato quel trasferimento forzoso di potere e di ricchezza, spacciato per “scelta pubblica” ed effettuata a tutela di “interessi pubblici” del tutto indeterminati e imprecisati, come nel caso delle cartolarizzazioni immobiliari.
Sicché il profitto dell'idiocrate si fonda sistematicamente sulla legislazione coercitiva, sull'obbligo di stipulare contratti di assicurazione, sull'obbligo di versare importi a titolo "previdenziale", sull'obbligo di adesione a questa o quella corporazione, sull'obbligo di acquistare caschi di protezione, cinture di sicurezza, giubbotti catarifrangenti, sedie a cinque piedi invece che a quattro, su obblighi di manutenzione periodica, sull'obbligo di ristrutturazione di impianti elettrici, in assenza di che -data la mancata previsione del reddito di esistenza, conseguente all'occultamento delle ricchezze comuni- intere categorie non saprebbero come guadagnarsi da vivere, stante l'assenza di una domanda di mercato in tutti quei settori.
A tale fenomeno si accompagna una devastazione culturale e delle idee, dato che i soggetti che si locupletano attraverso l’uso forzoso della mano pubblica, fanno ciò ammantati dell’ideologia e della formula politica “liberista” e delle “privatizzazioni”, sicché chi ne denuncia il carattere truffaldino si espone alla facile contraccusa di “statalismo”, laddove al contrario è palese che gli “statalisti” sono esattamente coloro i quali, costituiti in cartello idiocratico attorno alla sovranità, utilizzano gli strumenti formali e di coercizione materiale per acquisire e, in questo senso sì, “privatizzare”, risorse che sono originariamente comuni, sovrapponendo abusivamente l’idea che una risorsa comune sia “statale”, e che quindi sia “statalista” chi rivendica il carattere comune della risorsa sottratta ed impossessata unilateralmente dai soggetti in grado di accedere agli strumenti propri della coercizione statale.
Si direbbe perciò che siamo innanzi a un gioco delle tre carte, a un cambiare le carte in tavola di portata storica, che ha indotto in errore anche i critici di sinistra, convinti davvero di essere in lotta contro un sistema “capitalistico” e “di mercato”, nel quale però l’elemento capitalistico è totalmente assente, dato che l’idiocrate non rischia mai capitale proprio in vista della produzione di un profitto sulla base del consenso dei consumatori; in realtà non rischia nulla, se non di soccombere nella competizione in senso lato politica, ivi compresa l’eventualità che il popolo dei “consumatori” smascheri l’imbroglio, determinando, con il venir meno alla radice del consenso al sistema, il suo crollo e appunto la sua “implosione”.
Tale prospettiva risulta del resto agevolata dall’attuale assetto dei poteri, una volta individuato il bandolo della matassa dell’intreccio pubblico-privato nell’istituto concessorio beni-servizi, e guadagnata consapevolezza collettiva e il conseguente favorevole rapporto di forza.
Il carattere formalmente “privatistico” dei soggetti egemoni nell’idiocrazia rende agevole, sul piano tecnico e teorico, l’obiezione che costoro non possono sensatamente e legittimamente rivendicare esclusive e “appartenenza necessaria”, pena l’incorrenza nell’istituto dell’abuso di posizione dominante, a dir poco, data l’irrazionalità della pretesa che ne determina ipso facto la nullità (voidness), conseguenza del resto implicita nello stesso istituto, che ha consacrato l’illiceità continentale dello ius abutendi. E il fatto che i beni demaniali siano rimasti pubblici e non siano stati mai privatizzati, se non nell’uso –ma in vari casi vale l’istituto dell’accessione con riferimento alle costruzioni accessorie e pertinenziali-, rappresenta un vantaggio, dato che ciò consente di procedere alla mera contabilizzazione loro e dei servizi dagli stessi consentiti (strade e autostrade, anzitutto, ma anche coste, lidi, spiagge, demanio idrico, il cielo, sulla base del principio per il quale la proprietà si estende usque ad sidera et inferos, e quindi il sottosuolo, cave, torbiere, miniere, e ancor più in profondità, etc.), senza la necessità di ricorrere a complesse e politicamente delicate procedure e operazioni espropriative -se non con riferimento ai beni degli enti ecclesiastici, salvo approfondimento della natura giuridica del loro possesso da parte di quegli enti alla luce del concordato e del trattato con la “Santa sede”-, dato che si tratta di beni già ab origine “nazionali”, che non richiedono alcuna ulteriore “nazionalizzazione”, ma solo l’atto formale del loro riconoscimento, della loro individuazione e della loro contabilizzazione.
Una volta private del supporto finanziario virtuale in esclusiva, dell’uso del bene demaniale e dei privilegi normativi costitutivi di monopoli e riserve, le aziende capisaldo del sistema idiocratico (istituti di credito, società di assicurazione, enti di assistenza e previdenza pubblici e privati, sistema dei mass-media radio-televisivi, sistema integrato della sanità pubblico-privata, caso tipico in cui l’intervento pubblico massimizza i profitti privati, produzioni assistite dalla legislazione vincolistica e di “obbligo” di rifornimento, etc.), semplicemente si affloscerebbero, dissolvendosi nel mercato aperto, avviando quel processo di transizione dalla fuoriuscita dell’istituto burocratico-aziendale, del quale abbiamo parlato in passato, soprattutto alla luce del primo elemento, il superamento dell’esclusiva nella monetarità virtuale e la diffusione universale di questa.
Con la generalizzazione della virtualità monetaria (“rendita di esistenza”, libero conio) verrebbero inoltre meno tutti i parassitari passaggi della filiera commerciale imposti solo dalla necessità di giustificare redditi e rendite monopolistiche, dato che i soggetti coinvolti sarebbero liberati dal legame a situazioni lavorative prive di significato imprenditoriale, che, per “giustificare” artificiose distribuzioni di denaro, incrementano dolosamente i costi di transazione e vivi -invece che ridurre quelli naturali o inevitabili, date fisicità e dimensione spazio-temporale, come sarebbe tipico dell’essenza di una funzione imprenditoriale vera e propria-, con la conseguenza che oggi, ad esempio, bibite che sono poco più di una spruzzata d’acqua, zucchero e colorante costano l’equivalente di migliaia di lire, invece che pochi centesimi, o di essere distribuiti gratuitamente al consumatore!
Una volta ravvisata la superfluità e il carattere meramente emulativo delle aziende protette dalla legislazione e dalla finanza amministrata e riassorbite queste nel mercato, o comunque venutone meno il carattere privilegiato in caso di servizi effettivamente utili, i loro beni, ove non siano immediatamente riutilizzabili sulla base dei principi civilistici, potrebbero costituire oggetto di una procedura espropriativa trilaterale ai sensi della legge del 1865, che consente il trasferimento della titolarità di un bene, non allo Stato –questo il contributo innovativo della nostra proposta di “transizione” rispetto a quella marxiana, ma a terzi, e quindi in favore di società o di cooperative, non in mano “pubblica-statale”, ma delle quali ogni cittadino sia titolare di un’azione, o di una quota negoziabile, di pari valore, determinando, con la socializzazione di quei beni, il loro affidamento a un effettivo mercato paritario e in equilibrio –ogni singolo individuo sarebbe, come detto, titolare di una pari quota-, e non a un mercato fittizio, come è avvenuto nel caso di dismissioni e cartolarizzazioni nel quindicennio che abbiamo alle spalle, dai provvedimenti Amato del 1992 a quelli Tremonti della legislatura 2001-2006, approccio che però non appare ancora tramontato.
In definitiva, una nota di ottimismo va però accennata. L’idiocrazia, insistendo sul proprio carattere privato, scava sotto i propri piedi, perché nessuno è tenuto a rapporti con privati, che possono essere solo volontari. Alla luce di tale considerazione, siamo pronti a una rivalutazione del fenomeno, se scopriremo che in realtà sia il frutto di una strategia particolarmente acuta di estinzione dello Stato, che richiede solo una fase di passaggio di sacrificio -così come il fascismo, sulla spinta della propria sinistra (anche di matrice anarco-sindacalista) tendeva alla devoluzione delle funzioni statuali a una quantità di soggetti, i “corpi” e gli enti autarchici, che, nella prospettiva, avrebbe potuto essere a sua volta considerata una strategia di estinzione dello Stato-. In tal caso, ma solo in tal caso, chapeaux!

3. Beni demaniali, beni immateriali dello Stato, rendita di esistenza e groundstandard.  

Occorre muovere da un apparente assioma: la Terra è originariamente di tutti e non di nessuno, è res communis e non res nullius. Perché si tratta di un assioma solo apparente? Perché in realtà si tratta del corollario di un ragionamento articolato.
Il punto di partenza, elementareè che le parole di A, i suoi comportamenti, non sono in grado da soli di costituire obblighi giuridici in capo a B. Ne deriva che le apprensioni unilaterali di porzioni di territorio non sono in grado di costituire, in assenza di consenso, idonea proprietà. Ne deriva ancora che, in assenza di consenso, dette appropriazioni comportino un compenso in favore dei non proprietari. Ovvero, che un consenso debba comportare una qualche compensazione, in assenza di che il non proprietario non può ritenersi vincolato a rispettare la proprietà altrui.

In conclusione di tale ragionamento si ricava appunto che la Terra è comunione di tutti, almeno originariamente. E, come si vede, il fondamento di tale conclusione è, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, libertario e individualista.

Questa è la base logica-teorica della rendita di esistenza. La rendita di esistenza è quell’istituto per il quale un essere umano, per il solo fatto di esistere, essendo comunque comunista in senso civilistico dei beni della Terra, ha diritto a una rendita ricardiana sulla propria quota di mondo.

Per Ricardo, infatti, “Rendita è la parte del prodotto della terra corrisposta al proprietario quale compenso dell’uso dei poteri originari e indistruttibili del suolo” ; e poiché, nel geo-comunismo originario, tutti sono comproprietari pro quota del suolo, quella rendita spetta a tutti in egual misura, quale compenso per le attività di chi su quel suolo le pratica. 

In sostanza, si tratterebbe di individuare il valore di mercato del complesso degli usi attuali del mondo e, su tale base, calcolare quotidianamente (attraverso una vera e propria borsa) il valore della nuda proprietà, dividendo il valore complessivo per il numero degli abitanti della Terra. 

Ognuno sarebbe proprietario di una quota di mondo, e tale quota, uguale per tutti, avrebbe un valore costantemente aggiornato. I possessori di terra sarebbero tenuti a versare la propria quota in proporzione al valore di mercato del bene particolare posseduto, alle sue potenzialità ed effettività produttive, che del resto è retrostante di provvista monetaria appartenente alla comunità.

Ulteriore fondamento della rendita di esistenza è costituito dal fatto che, mentre oggi, come rileva David Graeber, ognuno di noi nasce già gravato da un "debito" nei confronti dei potenti, e per sovrammercato paghiamo imposte in favore di chi ci comanda, all'opposto dovremmo essere noi compensati per il fatto che prestiamo consenso a un élite di potere, la quale evidentemente se ne giova, e invece appunto siamo noi a pagare loro, e non loro a indennizzare noi per il danno che subiamo in conseguenza della privazione delle nostre libertà e autonomia.

Chi ritenesse che, prevedendo il diritto alla rendita  fondiaria riferita ai beni della terra del mondo, gli individui sarebbero disincentivati ad agire, realizzando produzione autonomamente, non conoscerebbe la psicologia degli individui. O almeno della loro componente creativa, che non verrebbe certo annientata dalla consapevolezza di poter contare su di un paracadute per il caso di difficoltà o di indigenza.

Esistono oggi fondamenti di diritto positivo e di moderna dottrina economica all'idea che il mondo sia di proprietà comune, nel senso indivisibilmente di ciascuno, originariamente: sul piano del diritto positivo, occorre far riferimento al diritto spaziale: secondo questa branca del diritto internazionale, lo spazio è patrimonio comune dell'umanità

E' in effetti piuttosto stravagante che l'umanità sia comproprietaria della Luna, di Marte, di Giove e di Saturno, ma non della... Terra, ossia del pianeta sul quale vive. Costituiscono, del resto, patrimonio comune dell'umanità (common heritage of mankind) i fondali degli oceani, e rappresenta nozione che va al di là della stessa res communis omnium, che viene riconosciuta all'alto mare.

La nozione moderna di dottrina economica, alla quale si faceva riferimento è quella di capitale naturale. Il capitale naturale ha una sua attitudine alla valutazione, ed è valore necessariamente di tutti, almeno come base, quindi a rigore consente di ipotizzare una rendita (fondiaria, per dire così) a vantaggio di ognuno in quanto "comunista" (in senso civilistico) del suolo, per le ragioni di matrice "libertaria" sopra descritte.

La rendita di esistenza, così concepita, non è un istituto intrinsecamente statalistico (come lo è il reddito di cittadinanza previsto in molti Paesi d’Europa), tuttavia non v’è dubbio che, in una fase di transizione, dello stesso debba farsi carico lo Stato. Si oppone di solito a tale genere di proposte che lo Stato non avrebbe fondi sufficienti per far fronte a un simile dispendio di costi. Ma si tratta di una mistificazione, come illustrerò.

Ma vediamo prima la ragione storico-politico dell’istituto che si viene proponendo. Si dice che, in conseguenza dei processi di automazione in corso, ad esempio negli Stati Uniti, nei prossimi anni, il 47% dei posti di lavoro verrà sostituito dalle macchine; si pensi che sono già in fase avanzata di studi gli aerei senza pilota. Infatti  ciò non vale solo per i lavori manuali o di basso livello, ma anche per le professioni intellettuali, che trovano in Internet un grande strumento di concorrenza. 

Possiamo cioè immaginare un futuro senza giudici e senza avvocati, senza commercialisti e senza consulenti del lavoro, e ben pochi ne sentirebbero la mancanza. E magari la guerra la farebbero i robot tra di loro, se ai droni di attacco si affiancheranno i droni di difesa.

Sicché tutte le invocazioni a difesa del posto del lavoro, alla lotta contro la disoccupazione, appaiono ormai fuori tempo e reazionarie, come reazionarie da moltissimo tempo appaiono le politiche sindacali, tutte tese a difendere un’etica del lavoro, perniciosa e oramai senza ragion d’essere, come argomentarono, in tempi assai lontani Paul Lafargue e Bertrand Russel, con le loro apologie dell’ozio. 

Del tutto illusorie appaiono perciò le affermazioni di alcuni, secondo le quali il mercato, una volta persi i posti di lavoro, ne creerebbe di nuovi. A parte il fatto che non necessariamente ne creerebbe per chi il lavoro l’ha perso, ciò poteva forse valere una volta, ma non oggi, dato che oggi, e sempre di più in futuro, assistiamo a una rivoluzione strutturale nella direzione del sempre meno lavoro, e questo francamente non mi sembra un male, se entriamo nell’ordine di idee di scindere concettualmente “reddito” (rectius: rendita) da “lavoro”. 

Quello che conta è che le persone abbiano di che vivere, non che abbiano di che lavorare, magari in aziende decotte, intasando strade, facendo i pendolari, inquinando, intristendosi, e chi più ne ha più ne metta. Ovvero realizzando opere pubbliche keynesiane dannose, come, solo per stare a un piccolo ma indicativo esempio, le inutilissime ma costosissime rotonde che, negli anni scorsi, hanno invaso le nostre città.

Ma, si diceva, non ci sarebbero le risorse per raggiungere un simile risultato. A parte il fatto che lo Stato sociale burocratico che oggi conosciamo è estremamente costoso, ma ha anche il difetto di essere selettivo e autoritario, ed è tutto da vedere che sia meno costoso dell’ipotesi di una rendita di esistenza universale ed eguale per tutti, l’idea che lo Stato sia “povero” costituisce un inganno storico. Si tratta di un esempio di quelli che, già nel XIX secolo, Amilcare Puviani chiamava “occultamenti di ricchezza”.

Già nel 1896, infatti, Antonio Labriola scriveva che, con l’evoluzione storica, lo Stato “è dovuto divenire una potenza economica”, in particolare “nella diretta proprietà del demanio”, oltre che “nella razzia, nella preda, nell’imposizione bellica”. 

Si trattava dell’eredità dello Stato patrimoniale, di quelli che già per Adam Smith erano i beni di sua proprietà per il sostentamento del principe, oltre che per gli spostamenti delle truppe.

Oggi questo demanio è sterminato, ma, questo è il punto, non viene contabilizzato, oltretutto in ispregio al principio di “veridicità” del bilancio: strade e autostrade, porti e aeroporti, impianti energetici, beni storici e artistici, coste, acque territoriali, fiumi, laghi, risorse naturali degli enti locali, miniere, cave, armamenti, strade ferrate, l’etere, che viene dato in concessione alle emittenti televisive per scarso corrispettivo, così come le coste vengono “privatizzate” con concessioni novantanovennali per pochi denari. E poi nemmeno le corpose riserve auree (da noi 2.500 tonnellate) vengono contabilizzate dovutamente.

Ai beni materiali devono essere aggiunti poi i beni immateriali, i "diritti di proprietà intellettuale". Al giorno d'oggi, brevetti, marchi e copyright rappresentano parte considerevole, anche maggioritaria, nello stato patrimoniale delle grandi aziende: basti pensare che "Dolce & Gabbana" non sarebbe "Dolce & Gabbana" senza il marchio "Dolce & Gabbana": senza questo marchio, non varrebbe più di OVS, e il marchio, nell'attuale sistema giuridico, è una concessione amministrativa di un monopolio protetto da polizia e magistratura: quindi, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, "Dolce & Gabbana" sono ricchi e potenti non per meriti propri, ma per concessione del monopolio di Stato. 

E già è strano che il marchio "Dolce & Gabbana" valga miliardi di euro per "Dolce & Gabbana", e nulla per i cittadini che glielo hanno concesso, dato che il "potere di rilasciare marchi" non viene contabilizzato.

Ma il punto ai nostri fini è forse soprattutto un altro; e cioè che lo Stato è titolare di simili diritti immateriali in massimo grado: "Roma Capitale", "Monte Bianco", "Comune di Milano", "Regione Lombardia", "Colosseo", "Valle dei Templi", "Lago di Garda", sono altrettanti "marchi", che non vengono valorizzati in alcun modo (e infatti il logo del Colosseo è stato dato in licenza a un privato per nullo corrispettivo).

Si pensi al possibile marchio "Teatro della Scala di Milano", quanto potrebbe valere. Invece la Scala è una voragine in danno del contribuente, perché lo statuto della Scala ne tutela, non si sa come, il "nome", ma non prevede il marchio, e quindi non lo sfrutta.

E si pensi a tutta la vicenda della Grecia, accusata di avere "truccato" i conti per entrare nell'euro: semmai li ha truccati al contrario, come tutti gli Stati, del resto, visto quanto può valere il Partenone, e quindi il suo marchio, come si è visto proprio in quella vicenda, che ha visto il Partenone e il porto del Pireo oggetto di attenzioni altrui, non certo disinteressate.

Lo Stato e gli altri enti territoriali, disponendo di simili "marchi", potrebbe distribuire infinite royalties ai cittadini, invece i cittadini vengono chiamati a pagare imposte elevatissime per mantenere individui incapaci di valorizzare l'infinito patrimonio che gestiscono.

Eppure tutti dicono che lo Stato è “povero”, immerso nel debito, che non ha di che spendere: eppure stranamente, quando la politica vuole, lo fa. I beni demaniali sono null'altro che il famoso "territorio", di cui parlano i manuali di diritto costituzionale, per indicare l'ambito di sovranità dello Stato, incarnano quel potere sovrano, sono gli strumenti della supremazia, quelli che fanno di uno Stato uno Stato: però lo Stato sarebbe anche “povero”, perché questo bene immane, che è il suo territorio sovrano, non varrebbe assolutamente nulla, in termini economici: incredibile. 

Come ciò sia possibile merita una spiegazione, perché avrà anche una spiegazione il  fatto che lo Stato rivendica il monopolio monetario, ma anche un’imposizione fiscale elevatissima, pur senza averne come si vede alcun bisogno, alla quale corrispondono servizi a volte modesti, a volte faraonici in favore di qualcuno.

Vige in proposito una prassi, che se vi fosse consapevolezza verrebbe ridotta a “trucchetto contabile”: il valore di quei cespiti non è iscritto nel bilancio dello Stato! Lo Stato è ricchissimo e non lo sa, o finge di non saperlo e non vuole che si sappia. Si comporta come un miliardario che possiede otto ville, il quale vantasse la propria povertà, perché delle ville vedesse solo i… costi di manutenzione.

L’art. 2424 c.c. impone che i cespiti immobiliari siano iscritti in bilancio all’attivo, ma lo Stato non applica a sé il codice civile, è il “diritto reale” attraverso il quale istituzionalmente si pratica lo ius abutendi della sua dominante posizione, e quindi non iscrive quei beni, perché non li tratta da ricchezze quali sono, ma da oneri, da un lato, e da immateriale scettro mistico, dall’altro. Ma la tendenza evolutiva dell’ordinamento giuridico va nel senso di applicare anche allo Stato i principi civilistici, sicché quei pretesti non convincono più.

In base a quale ordine di idee razionale, una società privata iscrive in bilancio il valore di un terreno, e quel valore dovrebbe volatilizzarsi, una volta che il terreno fosse espropriato da una pubblica amministrazione? Il valore d’estimo resta evidentemente lo stesso.

In realtà, infatti, da qualche anno la legge prescrive che lo stato patrimoniale dello Stato proceda alla contabilizzazione del valore dei beni demaniali, ma essa avviene in termini assolutamente risibili, con valori a dir poco lontanissimi da quelli, così importanti, reali. E lo stesso vale per i diritti immateriali, che pure sono richiamati nello stato patrimoniale dello Stato, ma senza alcuna serietà, nemmeno lontanamente scientifica: quindi, niente royalties per i cittadini, e in compenso tasse a non finire.

Se tutti i beni suddetti fossero iscritti a valore di mercato, diciamo con il criterio del fair value, nel bilancio dello Stato, questo andrebbe immediatamente all’attivo (perché in uno stato patrimoniale beni immobili e debito si compensano), e cesserebbe la litania della “voragine dei conti pubblici”, che giustificherebbe l’alta tassazione, oltre al chiacchiericcio televisivo e alle stucchevoli controversie con l’Unione europea.

E quei valori diverrebbero innanzitutto retrostante di provvista monetaria (vale più il contenuto del caveau di una qualunque banca centrale, o quello del Louvre? I monumenti di Roma o le riserve della Banca d’Italia?) Nemmeno le corpose riserve auree, come detto, vengono iscritte adeguatamente nel bilancio della Banca d'Italia, dato che viene attribuito loro solo un valore “psicologico” a sostegno del prestigio della sovranità statale. 

Il gold-standard non verrebbe più sostituito dalla mera moneta a corso forzoso, la fiat-money creata dal nulla, ma da una moneta fondata sul groundstandard, sul valore della terra (di cui l’oro del resto è solo una piccola parte), per celia si potrebbe addirittura, in prospettiva futura, parlare di un universestandard, dato che, come già ricordato, per il diritto aeronautico e spaziale, lo spazio è "patrimonio comune dell'umanità".

A questo punto si delinea un bivio tra due scenari: uno statalista, l’altro libertario. Se da un lato valorizzare le ricchezze pubbliche può far pensare a uno Stato-monstrum, dall’altro, il valore di una rendita di esistenza così fondato (si pensi ancora alla distribuzione delle royalties), sarebbe talmente elevato che, in prospettiva, lo Stato cadrebbe da sé, dato che ognuno non avrebbe bisogno che di agenzie di intermediazione monetaria e lo Stato non avrebbe più nulla da fare, se non proporre un documento contabile, indicativo delle ricchezze comuni.

Saremmo di fronte a una contraddizione dialettica tra l’esercizio di un potere, distribuire denaro, e il carattere “suicida” di tale esercizio, che consentirebbe a ognuno di ignorare lo Stato per tutti gli altri servizi che lo Stato pretendesse di fornire a cittadini resi ricchi e ampiamente autosufficienti. Il tutto, si badi, senza necessità di marxianamente nazionalizzare alcun bene, dato che quei  beni sono già dello Stato, anche se dissimulati.

Lo Stato verrebbe quindi ridotto, come detto, a un documento, il suo bilancio, che sarebbe un simulacro, un semplice rendiconto dell’avvenuto trasferimento di valore, e quindi di potere, alla società.

Pagare per andare in spiaggia è come pagare per vedere le gambe della moglie: si paga per usufruire di beni demaniali, quando dovremmo essere noi a essere pagati per il loro impiego, trattandosi di beni già nostri. Paghiamo il canone radiotelevisivo, quando dovremmo essere pagati noi, per l'uso dell'etere che è nostro.

La vecchia dottrina parlava di un principio di “invalutabilità” dei beni demaniali, “che si spieg(herebbe), come dice la manualistica di Contabilità dello Stato, considerando l'essenza dei beni demaniali e la loro rilevata strumentalità rispetto ai fini dell'ente al quale sono affidati” . 

In altre parole, i beni demaniali vengono fatti afferire alla sovranità e vengono perciò sottratti al mercato e al suo giudizio. E infatti, prosegue questa manualistica, “I beni demaniali non vengono valutati, in conformità al principio che essi sono extra commercium e che lo Stato ne può disporre soltanto ricavandone le utilità di cui sono suscettibili ma non può considerarli come elementi attivi del suo patrimonio”. 

Dal che si ricava che la sovranità statuale, in tali casi, esprime il proprio dominio anche, e forse soprattutto, attraverso un substrato materiale oltremodo consistente -basti por mente all’art. 822 c.c.- e non solo, come solitamente si ritiene, sull’”opinione” e l’astrazione: il suo carisma è nutrito di carne, non solo di credenze.

Del resto, se una società privata per azioni iscrive in bilancio all’attivo i propri “beni immobili” (art. 2424 c.c.), e lo stesso fanno le società in mano pubblica, non si vede perché solo lo Stato e gli altri enti territoriali debbano ignorare di possedere beni immobili e fondiari oltretutto immensi e immani. Se ne ricava che il bilancio dello Stato sia un bilancio senza cespiti immobiliari, l’unico noto con tale bizzarra caratteristica; e ciò, come detto, in violazione di una specifica normativa oggi vigente.

Potrebbe solo sorgere il dubbio che, in quanto beni demaniali astrattamente incommerciabili, essi siano privi di valore di mercato, e che quindi sia arduo contabilizzarli con un valore assegnato, sia pure alla “Lange” , come del resto già avviene con la liquidazione bonaria dei sinistri da parte dei periti delle società di assicurazione, o nelle perizie contabili; il dubbio però è privo di fondamento, dato che i beni hanno necessariamente un valore: se un terreno ha valore nel momento in cui è in mani private, non può cessare di possederlo a seguito di un esproprio, o della sua conseguente apprensione alla mano pubblica attraverso altra forma.

Del resto, attribuire un valore a un bene demaniale e iscrivere quel valore nel conto patrimoniale, ad esempio con il criterio del fair value, con conseguenze imprevedibili (si pensi all'etere) già di per sé attribuisce un valore "di mercato" a quei beni: comunica infatti un'informazione nuova, che viene fatta veicolare nel sistema, e i mercati in generale sono indotti a prestare attenzione al nuovo evento, influenzandone la condotta sotto il profilo psicologico, e si sa che in economia il fattore psicologico è importante. Per quanto i beni di quella natura, anche una volta iscritti in bilancio, rimangano "extra commercium", se ne "grida" pubblicamente il prezzo, incidendo su azione e opinione collettiva.

Ma se a quei beni viene finalmente riconosciuto valore, ciò significa anche che essi possono costituire fondamento dell'emissione, se non di obbligazioni (ed è meglio perché l'obbligazione comporta interesse, perciò di norma induce a non disfarsene), di certificazioni di quel valore viceversa destinate a circolare, e quindi, in ultima analisi, di "moneta". 

La cui emissione, una volta tanto, non potrebbe essere incolpata di inflazionismo, perché non si tratterebbe di moneta creata dal nulla, ma fondata su solide basi immobiliari (e immateriali, come nel caso dell'etere, oltre che dei beni di proprietà intellettuali correlati al bene fisico), che ne costituirebbero fondamento di garanzia indiscutibile nella sua consistenza.

Si dirà che una garanzia, per essere tale, deve poter essere escussa, come nel caso degli immobili iscritti nei bilanci privati. Ma forse che l'oro dei forzieri statali può essere escusso o lo è mai stato?  Eppure è sul suo fondamento e in suo nome che nella storia, non solo i privati, ma anche e soprattutto gli Stati hanno emesso moneta.

Come che sia, per fugare ogni ombra, basterebbe assegnare detti beni a una public company, o a un Trust, nelle mani di tutti i cittadini, formalmente operante sul mercato, e quindi soggetta al citato art. 2424 c.c., di tal che i beni acquisterebbero, anche formalmente, commerciabilità, anche se ben difficilmente potrebbero darsi privati in grado di acquistarli in toto, in grande, o in buona parte. Sicché si avrebbe il duplice pregio della commerciabilità formale, che rende il bene almeno formalmente escutibile, e della stabilità sostanziale, rendendo possibili senza dubbio alcuno tanto la determinazione di un valore di mercato, da iscriversi nel bilancio della public company o del Trust, quanto tutti i vantaggi connessi alla demanialità materiale.

In ogni caso, occorre ribadire che la circostanza che quei beni, iscritti direttamente nel bilancio statuale o nel bilancio di una società pubblica allegata al bilancio dello Stato, e quindi parte della finanza pubblica allargata e del bilancio consolidato, non siano in concreto destinati alla vendita, non comporta in sé la loro sottrazione teorica al mercato, e quindi la loro invalutabilità, allo stesso modo in cui il bene immobile di una società privata, il cui valore sia iscritto in bilancio, non cessa di esprimere questo valore, pur quando esso sia di fatto volutamente immobilizzato e non vi sia alcuna intenzione di cederlo, e quindi esso sia, in concreto, sottratto al “mercato” solo da questo punto di vista.

In altri termini, l’essere dotato di un valore di mercato costituisce, per un bene, una nozione distinta dalla sua destinazione all’effettiva circolazione nel mercato stesso in senso materiale. Con l’ulteriore vantaggio che, iscrivendo il bene, senza cederlo, in bilancio, pubblico o privato, esso esplica la propria capacità di esprimere il proprio valore esercizio dopo esercizio, e non un’unica volta, all’atto della vendita.

Prendiamo il caso dell’Autostrada del Sole: non si tratterebbe solo di contabilizzare il colossale valore economico del bene “stradale”, ma anche e soprattutto della sua capacità di produrre e fornire un servizio economico autonomamente valutabile, che è quello di consentire il trasporto privato, un intensissimo via vai che ha un valore di proporzioni “incommensurabili”; si tratta in concreto di dotarsi di strumenti aggiornati di stima (vi sono vari istituti che fungono da precedenti ispiratori, di utilizzo di quello che chiamiamo "metodo Lange" di valutazione del bene, alla luce degli andamenti di mercato: dalle perizie automobilistiche sui danni, a quelle per le indennità di espropriazione, alle due-diligence nelle M&A tra società), che ne consentano una contabilizzazione, che forse da sola (si pensi poi al resto: anche solo spiagge, ma montagne, fiumi, laghi, acque costiere, usi civici e altro) basterebbe a portare in pareggio, e oltre, il bilancio dello Stato e a consentire di tagliar corto con la falsa polemica della bufala della “voragine del debito”, normalmente agitata in danno delle classi deboli, e non certo dei grandi appaltatori e concessionari di opere pubbliche, solo per fare un esempio. Poi ci sarebbe il marchio "Autostrada del Sole", da valorizzare.

Del resto, se di una spiaggia viene calcolato il canone di concessione, vorrà pur dire che, quantomeno attraverso un procedimento induttivo, di quella spiaggia sia possibile computare il valore, e lo stesso valga per l’etere e per tutti i beni dati in concessione pubblica.

In ogni caso, inserire o no i beni demaniali e pubblici nelle poste attive del bilancio dello Stato è solo una scelta di diritto positivo -e, in quanto tale, è già stata fatta-, sicché, una volta constatati i benefici dell’opzione positiva, sarebbe demenziale rinunciarvi per miopia politica. 

Ad esempio, Jacques Attali ha scritto che non esistono regole rigide e tassative per redigere un bilancio pubblico, e che l’Italia, con il suo gigantesco patrimonio monumentale e artistico, potrebbe permettersi un deficit ben superiore a quello, per fare un caso, dell’Ucraina. Ma si tratta di approccio approssimativo; perché allora, per essere più precisi, non contabilizzare direttamente quel patrimonio monumentale e artistico, invece che andare a spanne?

D'altra parte, un radicale e liberista, Antonio De Viti De Marco, già molti decenni fa rilevava che “Il ‘patrimonio’ dello Stato consta dei beni che lo Stato possiede, amministra e fa valere come un qualunque privato proprietario o industriale, sottostando alla comune legge giuridica, che regola per tutti i cittadini il diritto di proprietà, e alla comune legge economica, che regola la formazione del prezzo dei beni privati”: sicché, a identità di “legge giuridica” tra bene di proprietà privata e bene di proprietà pubblica non può che corrispondere identico criterio di formazione del relativo bilancio, con conseguente iscrizione in esso di tutti i cespiti posseduti.

Oggi, del resto, sempre più si parla di assoggettare enti pubblici ed enti privati a un "diritto comune a pubblici e privati operatori", e non si comprende una distinzione che va solo in danno dei cittadini.

Tutto quanto precede ci consente ora di essere più precisi, passando a delineare i contorni di una prima prospettiva concreta, per quanto ripetutamente accennata. Se il mondo è originariamente di tutti, e non di nessuno, è escluso, come si è visto, che atti unilaterali di apprensione possano sottrarre beni alla comunione, se non nei limiti dell’uso e della disponibilità di ciascuno ad acconsentire a che tale uso avvenga: la comunione è sempre vigente, in assenza di atti espliciti di alienazione delle quote. 

Ne deriva che ognuno ha diritto a vedersi riconosciuto da parte dei singoli “proprietari” (che sarebbero solo degli usufruttuari-concessionari) un canone, per dir così, di locazione con riferimento alla propria quota di mondo, o meglio, di affitto, trattandosi di concessione di un’attività imprenditoriale, in senso lato di usufrutto di impresa. Ovvero ancora, per esprimerci in termini tecnico-economici, di una rendita per la proprietà comune della terra data appunto in uso al singolo titolare di diritto reale parziario.

Questo il fondamento filosofico, riferito a un'ipotetica situazione originaria. Oggi, invece, è lo Stato a disporre delle ricchezze più immani, ed è dallo Stato che si deve pretendere soddisfazione, consapevoli che ciò, come si è detto, comporterebbe puramente e semplicemente alla sua stessa scomparsa.

La necessità di una rendita di esistenza in forma monetaria si propone in un contesto produttivistico, nel quale vi siano beni di consumo da acquistare, sicché la produzione di ricchezze ulteriori rispetto a quelle naturali finisca con l’attribuire un senso a quella dotazione originaria, che può così essere spesa nel mercato particolare di quei beni di consumo. 

In caso contrario, data la vastità delle risorse naturali a disposizione, non vi sarebbe nemmeno bisogno di moneta per acquisire ciò che la natura offre direttamente, e che potrebbe costituire oggetto di apprensione individuale senza alcuna mediazione altrui, o per trasformare la natura, da soli, o in unione con altri.

Laddove in contesto produttivistico, il superamento della logica monetaria nella direzione della gratuità si ravvisa soprattutto nella prospettiva di un'automazione anche diffusa e decentrata (prosumerismo, nuove fonti energetiche, stampanti 3D, etc.), che consenta l'individualizzazione di quella che una volta si chiamava la "presa nel mucchio".

Ora, prendendo comunque le mosse dall’intuizione della rendita di esistenza correlata al valore della quota di nuda proprietà della Terra spettante a ciascun singolo individuo diviene indispensabile comprendere a quanto effettivamente ammonti questa quota, per capire se essa rappresenti davvero per ognuno una fonte di reddito sufficiente per sopravvivere e per vivere almeno dignitosamente; e per far ciò occorre, evidentemente, comprendere a quanto ammonti il valore complessivo della produzione mondiale, momento dopo momento, della cui “impresa” ognuno sarebbe usufruttuario in comunione.

Orbene, secondo una stima del WWF Internazionale pubblicata a pagina 2 del “Manifesto” del 25 ottobre 2006, , competerebbero a ciascun singolo individuo la bellezza di 2,2 “ettari globali” per individuo abitante del pianeta, il che davvero non sembra giustificare l’attuale stato di miseria, nel quale versano oggi molti esseri umani nel mondo, dato che lo slogan del giorno potrebbe essere ormai, nemmeno più “tutti proprietari”, ma addirittura “tutti latifondisti”.

Stabilite le premesse teoriche, il problema che si pone al movimento libertario è di saper dare, almeno in una logica di second best -nella prospettiva del free-coinage integrale fondato sulla provvista monetaria delle risorse naturali a tutti comuni-, una praticabilità “non statalista”, non “da Stato mondiale”, a tale procedimento (guardando cioè già oltre la fase della transizione), per non incorrere nelle note secche della tassazione e dello Stato sociale e dei suoi istituti discrezionali, o meglio arbitrari, di distribuzione del reddito.

Si potrebbero allora immaginare agenzie in concorrenza, anche con banche dati comuni (misura antitrust, a dispetto delle apparenze) continuamente aggiornate, le quali procedano ai conteggi, confrontabili in modo da verificarne l’attendibilità; e garantiscano la riscossione e la distribuzione degli importi, sicché il non contribuire andrebbe in danno quantomeno della reputazione (Nozick parlava di un distintivo da portare all’occhiello a riprova del versamento effettuato); per quanto non sia da escludere l’ipotesi della riscossione coattiva su azione diretta degli interessati, una volta che quella corresponsione sia concepita come vero e proprio diritto di tutti.

Il che non esclude che gli stessi meccanismi di riscossione possano essere evolutivamente superati, una volta che sia diffusamente introiettata l'esigenza di versare spontaneamente l'importo spettante, "dovuto", o solo "preteso" che sia, rendendo praticabile quella che oggi è una chimera, ossia affidare alla "beneficenza" le funzioni di welfare.

Al di là delle soluzioni pratiche, quel che conta è che un “proprietario” -in realtà un usufruttuario- che non versi la propria quota di “rendita” ai “non proprietari” sia considerato un possessore non “convalidato”, non avendo acquistato dal prossimo l’astensione di questi dall’uso della forza: ma solo di fatto, fondato cioè solo sulla sua capacità di difendere con la forza il proprio possesso, e quindi esposto alla reciprocità e alla ritorsione, oltre che al danno alla reputazione e alla considerazione, e quindi passibile per ciò solo di ostracismo e boicottaggio da parte di altri individui.

In altri termini, ciascun aspirante possessore può anche operare una valutazione di convenienza, se pagare la quota o rinserrarsi nel bene posseduto, assoldando magari armigeri a tutela di questo; ma, in tale ipotesi, si esporrebbe al giudizio degli altri, assumendosene la responsabilità. Si noti, per altro verso, che l’istituto da noi proposto, nonostante le apparenze, non solo non costituisce imposta, ma è semmai il suo esatto contrario; dato che una “imposizione”, un “diritto di albinaggio”, proviene da chi eserciti il controllo individuale del territorio ed esprime il suo dominio su chi non lo controlla; mentre nel nostro caso si tratta di un compenso dovuto proprio da chi pretenda un controllo sul territorio, a favore di chi non lo controlli, come compensazione per l’astensione da un impedimento da parte di costui. L’istituto è quindi civilistico e non tributaristico, cioè non pubblicistico: c’è una corrispettività volontaria che manca nell’imposizione.

Nell’immediato, ripetiamo, la nostra proposta si fonda sulla disponibilità di immense riserve di beni cosiddetti demaniali, o comunque delle risorse naturali di proprietà pubblica, oltre ai diritti di proprietà intellettuale, che ancor di più si prestano alla contabilizzazione, che fungono da corposo retrostante di provvista monetaria, tanto da subito pubblica, quanto in prospettiva privata e sociale.

Ma perché, anche nell’immediato, e non solo nei discorsi un po’ utopici di prospettiva, la nostra proposta non è “statalista”, come qualcuno ci ha rimproverato? Per i seguenti motivi, in parte già accennati.

a)   Innanzitutto, corrispondere a ciascuno direttamente una corposa rendita periodica, comporterebbe ipso facto lo smantellamento dell’attuale stato sociale, autoritario, selettivo, discriminatorio, e verrebbero spazzati via tutti i cosiddetti “diritti sociali”, che sono settoriali e non sono universalizzabili (diritto al lavoro, diritto alla salute, diritto allo studio, diritto alla casa, etc.), e che, come ha mostrato da ultimo Guido Corso, entrano in patente contraddizione con i diritti fondamentali di libertà;

b)  In secondo luogo, non solo la nostra proposta non comporta imposizione fiscale, ma anzi la ridurrebbe e, in prospettiva, la estinguerebbe, in quanto non solo non necessaria, ma del tutto irragionevole e irrazionale, in quanto non ha nessun senso che il cittadino paghi in favore dello Stato, soggetto ricchissimo di risorse e conseguentemente potentissimo. Si dirà che l’indebitamento è una forma di imposizione fiscale: ma a parte che resta da vedere se, una volta correttamente contabilizzati i beni demaniali, il debito non risulterà in tutto o in buona parte compensato, la differenza tra tributo e spesa è netta, perché il primo comporta coercizione, controllo sociale, organizzazione burocratica e poliziesca; laddove la spesa nei termini indicati, di per sé, può anche solo consistere in un “click” del computer, per l’accredito di somme sui conti correnti bancari dei cittadini; e comunque, a saper bene valorizzare quei beni, nel mondo di oggi soprattutto quelli immateriali, non ci sarebbe nemmeno alcun indebitamento.

c)  Infine, dai punti che precedono, deriverebbe la devoluzione al mercato e alla comunità di tutte le funzioni di servizio pubblico, ma in un mercato costruito, si badi, su basi egualitarie, dato che la rendita di esistenza sarebbe eguale per tutti, ferma restando la possibilità di incrementi consensuali ulteriori, quale esito degli scambi di mercato.

Si tratta, in definitiva, di una proposta libertaria, nella direzione tanto della certezza del diritto, della trasparenza e del diritto all’informazione, quanto del percorso nella direzione del deperimento del potere, quanto, in un certo senso, della democrazia, ossia dell'uguaglianza nella distribuzione del potere e dei punti di partenza, se è vero che il mercato egualitario decentrato è, per quanto se ne sa, il sistema più democratico tra quelli che si possano immaginare, fuori da ogni lettura verticistica e verticale dell'organizzazione sociale.

4. La realizzazione di mercato dei beni pubblici.
Una delle giustificazioni dello Stato contemporaneo è che lo stesso sarebbe indispensabile per la realizzazione dei beni pubblici, dato il presunto fallimento del mercato in questo campo: the public good argument for the state. Il concetto di bene pubblico è così dilatato, ormai, che tutto diviene argomento di legittimazione dello Stato e del suo inarrestabile intervento. Per Nozick, ad esempio, che pure è fautore di uno Stato “minimo”, sarebbero beni pubblici indivisibili la giustizia e la protezione dei diritti di proprietà, ma l’argomento era già stato pre-confutato da Murray Rothbard in “Man, Economy and State” ove si dimostrava il carattere divisibile del servizio di difesa e protezione.
Anche tra gli anarchici classici ci sono state divisioni sul punto. Errico Malatesta e Merlino, ad esempio, discussero su come fosse possibile, in anarchia, realizzare una strada, bene indivisibile e di “monopolio naturale” riuscendo a rimanere in assenza di istituzioni coercitive. Secondo Merlino ci si sarebbe dovuti attenere al principio maggioritario e le minoranze avrebbero dovuto essere costrette in qualche modo ad accettare le decisioni della maggioranza, pena il caos. Secondo Malatesta, invece, è pur vero che le maggioranze avrebbero avuto la meglio, ma a ciò si sarebbe dovuto addivenire con la persuasione e con il consenso, con l’abitudine spontanea ad accettare, in società, le statuizioni dei più.
A noi pare che entrambe tali posizioni sottovalutino il ruolo della possibile iniziativa imprenditoriale. Immaginiamo infatti che un soggetto eserciti la propria alertness (Kirzner) e individui una domanda latente di beni collettivi (Olson). Egli potrebbe predisporre un progetto e farsi elicitatore, superando il dilemma del prigioniero, di una gara d’asta tra favorevoli e contrari a una data opera pubblica. Si tratterebbe di una sorta di project financing democratico e di mercato: immaginiamo infatti che qualcuno si faccia promotore tra i favorevoli di una raccolta di fondi per finanziare l’opera, mentre altri si faccia promotore tra i contrari di altrettanto, per compensare l’imprenditore, inducendolo a non realizzare l’opera.
Se i contributi dei favorevoli saranno superiori, e sufficienti a garantirgli un margine di utile, l’imprenditore restituirà ai contrari i proventi della loro colletta e realizzare l’intervento. Se saranno superiori i contributi dei contrari, verranno restituiti i fondi a entrambi, tranne il surplus differenziale quale compenso dell’iniziativa, e l’opera non verrà realizzata.
Si dirà: perché ricorrere al voto monetario e non a quello ordinariamente referendario? Perché il voto monetario misura non solo la scala ordinale delle preferenze, ma anche quella cardinale, misura, come ricorda l’economista coreano Ng, anche l’intensità delle preferenze.
Ognuno potrà perciò contribuire non solo in funzione di una generica predisposizione favorevole o contraria all’opera, ma anche dell’effettivo coinvolgimento personale sulla sua realizzazione o non realizzazione.
In tal modo, il mercato si fa compiutamente democratico, oltre a consentire un’effettiva valutazione costi/benefici dell’intervento. Si dirà ancora che in tal modo i ricchi saranno avvantaggiati rispetto ai poveri, dato che potranno contribuire di più nella direzione da loro auspicata. Ma, a parte che, come rileva David Friedman, nei quartieri popolari ci sono più grosse macchine che buone scuole, non bisogna pensare che i ricchi (a parte ogni nostra considerazione sulla rendita di esistenza) saranno tutti da una parte e i poveri tutti dall’altra. Ci saranno ricchi contrari e ricchi favorevoli, poveri contrari e poveri favorevoli.
D’altra parte, non si tratterà solo di pagare direttamente di tasca propria, ma anche di far valere la propria capacità imprenditoriale nell’acquisire finanziamenti in una direzione o nell’altra.
Un ulteriore vantaggio è che, mentre nel voto referendario, sarebbero verosimilmente coinvolte solo le popolazioni direttamente interessate, soggette alla sindrome “non nel mio giardino”, con il voto finanziario potrebbero partecipare alla decisione tutti coloro i quali si auto-selezionassero come in qualche modo interessati o che si sentissero coinvolti nell’iniziativa, in senso vuoi favorevole, vuoi contrario.
Quale sarà, del resto, la concreta conseguenza di un simile modo di procedere? Come si è detto, l’opera sarà assoggettata a una verifica costi/benefici quale nessun’opera pubblica richiede oggi all’intervento coattivo dello Stato, che realizza interventi improntati a ragion politica e non a efficienza, tanto più occultando i costi nella fiscalità generale, e quindi dando molte volte la falsa impressione della gratuità per opere spesso inutili (si veda la Bre.Be.Mi.) e altamente costose.
Ne deriva che, in un siffatto meccanismo di mercato democratico, è impensabile che si realizzino, ad esempio, centrali nucleari (l’imprenditore dovrebbe farsi carico di costi di assicurazione incommensurabili, internalizzare per intero i costi di smaltimento delle scorie, etc., tutti costi che oggi vengono minimamente considerati nel computo del costo sociale dell’iniziativa); come la T.A.V. Torino-Lione, palesemente fuori tempo in un quadro internazionale di comunicazioni aeree, per la quale dovrebbero considerarsi i costi immani della perforazione delle montagne, oggi gravanti sul contribuente ignaro, dello smaltimento dell’amianto rinvenuto, etc.
Si consideri, inoltre, che essendo affidata l'opera al finanziamento volontario, ciò non solo non esclude, ma al contrario favorisce campagne di opinione pro o contro l'opera stessa, sicché sono immaginabili mobilitazioni politiche "non monetarie", volte a persuadere le persone e gli operatori a non finanziare l'opera; sicché il dibattito, lungi dall'essere compresso, risulterebbe esaltato.

La nostra proposta, in ogni caso, ci pare meno macchinosa di quella avanzata da David Friedman, per la quale l’imprenditore, per realizzare opere pubbliche nel mercato e superare l’eventuale frustrazione da free-riding, dovrebbe acquistare tutte le terre interessate e poi rivenderle a prezzo maggiorato, dati i superiori costi di transazione insiti in quest’ultimo tipo di proposta.




PARTE SECONDA
DIRITTO E POLITICA

1. Stato di diritto e “Preambolo allo Statuto” del Partito Radicale.

Come si diceva nell’introduzione, Marco Pannella nasce liberale: il partito radicale, nel quale egli costituì, con altri giovani, all’inizio degli anni ’60, la sinistra interna, nacque come “Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici Italiani” nel 1955. La sinistra ereditò poi un partito in fase di scioglimento, e lo condusse nell’attraversata nel deserto degli anni ’60, conducendo varie battaglie, la più nota delle quali fu quella per l’introduzione dell’istituto divorzile.
Pannella ebbe però, lo si ricordava, anche una fase più libertaria, anzi “anarchica” negli anni ’70, almeno al livello delle dichiarazioni di principio.
Nella sua nota prefazione al citato libro di Andra Valcarenghi, che fu festosamente salutata da Pasolini come il manifesto del radicalismo italiano, Pannella scriveva: “Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo” (detto tra parantesi, Pannella faceva benissimo a diffidare della fantasia al potere, dato che Hitler e Pol Pot erano fantasiosissimi…).
E poi, in vari interventi congressuali, ai quali abbiamo assistito personalmente (in assenza di scritti, è a questi che occorre spesso far riferimento per comprendere il pensiero pannelliano), Pannella si dichiarava a favore del “deperimento del potere”, e individuava nel “diritto” lo strumento di tale processo di deperimento, da condurre “un millimetro al giorno, nella giusta direzione”.
Oggi, invece, Pannella fa più volentieri riferimento al concetto di “Stato di diritto”, e dice che i radicali conducono battaglie in suo nome e per la sua difesa, magari, opportuna precisazione, contro la “ragion di Stato”; e si noti che i documenti del Partito Radicale Transnazionale traducono la locuzione “Stato di diritto” con quella di “Rule of Law”, benché le due espressioni non siano totalmente coincidenti e sovrapponibili, perché la prima sembra più riconducibile allo Staatsrecht tedesco, che è altra cosa, ossia il diritto promanato dallo Stato, mentre la seconda, di stampo anglosassone, implica (come notò per primo Tocqueville) l’applicazione diretta della Costituzione da parte dei giudici ordinari, nonché dei principi generali del diritto, e la judicial review, ossia lo sottoposizione rigorosa di quel diritto al controllo giurisdizionale di legittimità.
Senonché, tra la fase “deperimento del potere” e quella “Stato di diritto” si colloca, nel 1980, il “Preambolo” allo Statuto del Partito Radicale, l’opera teorica, succinta, ma più ambiziosa, sin qui, del Marco Nazionale, che sembra dire cose ancora diverse, anche se in parte contraddittorie, o suscettibili di interpretazioni contrastanti.
Diciamo subito che il concetto di “Stato di diritto” ci fa venire in mente quell’efficace espressione emiliana, che suona così: “Legare il cane con le salsicce”. Lo Stato che pone quel diritto che dovrebbe legare lo Stato, ma lo Stato, preteso monopolista della produzione giuridica, può ad libitum porre nuovo diritto in sostituzione di quello che dovrebbe vincolarlo! Altri ha descritto tale situazione con la metafora della cintura di castità, di cui i politici hanno la chiave, ma quella emiliana pare più simpatica, in effetti. Come dice Pannella, la “grande utopia dello Stato di diritto”: la legge (le salsicce) che dovrebbe governare gli uomini (il cane), ma sono gli uomini a governare la legge, sicché il cane si mangia agevolmente le salsicce: grande utopia, ma più utopistica dello stesso anarchismo, a meno di non avvelenare le salsicce, ma in tal caso non avremmo più neanche il cane…
Ma, si diceva, i radicali fondano la politica del rispetto dello Stato di diritto sul Preambolo del loro statuto. In realtà tale testo appare più complesso, e non risulta sia stato mai studiato fino ad ora dal punto di vista della dottrina giuridica, sicché ci compiacciamo di apprestarci a farlo noi.
Può leggersi dunque in questo testo che il partito “proclama il diritto e la legge, diritto e legge anche politici del Partito Radicale, proclama nel loro rispetto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni, proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge”.
Il partito, poi, “Richiama se stesso, ed ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all'attiva difesa di due leggi fondamentali quali: La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo (auspicando che l'intitolazione venga mutata in "Diritti della Persona") e la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell'obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi”.
Notiamo, anzitutto, che Pannella intelligentemente non ha parlato di “Stato”, ma di “istituzioni”. Lo Stato è solo una delle istituzioni che deve rispettare il “proprio” diritto per essere “legittima”.
Emerge qui una concezione non necessariamente statalistica, ma istituzionalistica, nel senso di Santi Romano, del diritto. Ma se si vuole essere coerentemente non statalisti e non formalisti nella concezione del diritto, bisogna occorre far riferimento anche al diritto consuetudinario, alle convenzioni tacite percepite come più o meno vincolanti, al diritto delle istituzioni spontanee, al diritto delle “pretese” di Bruno Leoni, al diritto dei contraenti, al diritto evoluzionistico, al diritto di formazione individuale e comunitaria, etc.
Ora, quid iuris di tale “diritto” per il “Preambolo” pannelliano? A rigore, un radicale dovrebbe disobbedire, non collaborare, ricorrere alle supreme forme di lotta nonviolenta per il rispetto di qualunque norma giuridica, da chiunque posta in essere? E a che scopo?
Abbiamo assistito a radicali locali prendere un po’ troppo alla lettera la lezione pannelliana, e digiunare per il rispetto, da parte del comune, di regolamenti locali insignificanti, magari giustamente disapplicati dall’istituzione locale, quando sappiamo che la sociologia del diritto ci insegna che esiste una quantità di norme inutili e dannose che per fortuna non sono applicate (si pensi a certi demenziali limiti di velocità, magari residuo di lavori antichi sulle carreggiate). E allora dovremmo scomodare le supreme forme di lotta nonviolenta per fare applicare tutta questa inutilità? Dovremmo digiunare perché la mafia (istituzione nel senso di Santi Romano, come ha dimostrato uno studio di Giovanni Fiandaca) rispetti il suo codice d’onore? Se chi scrive stilasse una “G.U. di Fabio Massimo Nicosia”, contenente i nostri criteri di azione, probabilmente quel simpatico radicale locale, che conosciamo personalmente nel suo impeto battagliero, digiunerebbe perché noi li rispettassimo, ma a lui che gliene cale? Noi in passato avevamo affrontato il problema nel saggio “L’anarco-capitalismo come ordinamento giuridico”, nel quale ci eravamo chiesti quale fosse il rapporto tra compagnia di protezione e cittadino che non ne facesse parte, concludendo che questi fosse legittimato a invocare il rispetto delle procedure di essa una volta che questi venisse in contatto con la stessa, subendone la sanzione, diversamente vi sarebbe estraneità tra i due soggetti. E in effetti lo stesso vale anche nel rapporto con lo Stato, secondo la dottrina liberale, se è vero che, come ha riconosciuto persino Costantino Mortati (quindi originariamente un non liberale), una cosa è il cittadino, una cosa è lo Stato. E allora dovremmo forse digiunare perché gli Stati che prevedono la pena di morte la applichino indefessamente, pena la loro illegittimità? In effetti, sembra talora che in tal modo i radicali non abbiano un contenuto di proposte autonomo da avanzare, ma si rimettano al diritto vigente di cui chiedono l’applicazione. Naturalmente non è così, essi chiedono l’abolizione internazionale della pena di morte, l’abolizione dell’ergastolo, l’instaurazione di un regime anti-proibizionistico sulle droghe, da ultimo l’inserzione del principio del diritto di conoscenza nella Carta O.N.U.: ma sulla base di che? Non certo sulla base del diritto vigente, che non prevede nulla di tutto ciò, ad esempio nessuna norma di diritto vigente impone il ricorso all’amnistia, che è scelta opportuna alla luce delle statuizioni della C.E.D.U. ma non necessitata (qualcuno, ad esempio l’immarcescibile Marco Travaglio, chiede la costruzione di nuove carceri). Evidentemente, essi hanno principi ulteriori rispetto a quelli della mera invocazione del diritto vigente, ma quali sono?
Una risposta, però incompleta, viene dalla seconda parte del “Preambolo”.
Con la seconda parte i radicali fanno proprio un contenuto positivo, quello dei diritti fondamentali delle Carte O.N.U. e della Convenzione Europea, nonché delle diverse costituzioni, tutte espressioni, direbbe Bobbio, di diritto naturale positivizzato, ovvero, come dice Pannella, di diritto naturale storicamente acquisito come diritto positivo. E’ certo moltissimo, ma non abbastanza a supportare le diverse iniziative radicali. Ad esempio, la carta O.N.U. non esclude la pena di morte e men che meno l’ergastolo, né parla di anti-proibizionismo o di altro.
Più pregnante, a questo punto, si rivela invece la terza parte del “Preambolo”. Essa suona così: Il partito “Dichiara di conferire all'imperativo del "non uccidere" valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa”.
Di primo acchito, la prescrizione appare imbarazzante, anche per le contraddizioni nelle quali i radicali sono incorsi in occasione delle due guerre del Golfo. Tuttavia Pannella ha spiegato abbastanza persuasivamente che il “non uccidere” non implica il “non difendersi”. Ad esempio, diciamo noi, si può sparare alle gambe di un aggressore, cercando di non ucciderlo per quanto possibile, e sin qui sta bene.
Quel che appare più interessante è però la concezione generale del diritto che si può ricavare da tale “radicale” asserzione. Com’è noto, in tutte le dottrine classiche del diritto (Thon, Austin, fino a Kelsen e anche a Ross e ai realisti), la sanzione è supportata dalla forza della coazione, sicché fondare il diritto sulla nonviolenza è certamente un tentativo forte, che andrebbe approfondito…
Si tratta certo di imperativo “cristiano”, ma anche buddhista, e in genere riconducibile alle religioni orientali, ma anche ebraico, a dispetto delle apparenze più superficiali, basti pensare al classico del grande rabbino dell’ottocento Elia Benamozegh, “Morale ebraica e morale cristiana”.
Ma si tratta anche di un’etica giuridica libertaria: il libertarismo, come noi lo intendiamo, si fonda sull’iniziativa di un soggetto, il “legislatore originario”, che imponendo rinuncia, che costringe l’altro alla cooperazione, dando vita al bene pubblico indivisibile libertà, nel quale ognuno sia in grado di perseguire le proprie preferenze in un quadro giuridico comune costituito da una meta-norma che consenta il dispiegarsi dei diversi ordinamenti particolari co-possibili. In questo senso, la nonviolenza è laica, perché non fa proprio alcun contenuto morale prestabilito, ma è compatibile con tutti gli orientamenti morali configurabili, purché ognuno di essi non pretenda di imporre agli altri il proprio quadro di riferimento. E’ quanto avvenne nell’America delle origini, quando, come ricordò Ruffini, le diverse sette “teocratiche” compresero che non era possibile imporre alle altre la propria teocrazia, e ognuna si ritenne libera di costituire la propria (si veda in proposito il commovente film “Nel nome del Signore”, ove si vedono quaccheri e battisti ridere gli uni degli altri, ma rispettando la reciproca autonomia), e quanto forse si arriverà a ottenere attraverso i pur tumultuosi processi migratori in corso in nome di un talora malinteso “multiculturalismo”. Ma su questo necessariamente torneremo.
Resta il punctum dolens dell’invocazione della nonviolenza a sostegno di un diritto, quello dello Stato, fondato, come si è visto, sulla forza, anzi, sulla rivendicazione del relativo monopolio, il che è anche peggio. Sicché, per uscire dall’empasse, occorre coniugare e far fare la pace ai due Pannella: chiedere sì, se del caso, che lo Stato rispetti il suo proprio diritto, ma solo a condizione che ciò sia funzionale al suo deperimento e al deperimento di ogni potere. Diversamente si tratterebbe di un’inutile fatica di Sisifo.

2. La partecipazione democratica (second best).

Com’è noto, il movimento radicale, in tutti i suoi ormai lunghi anni di storia, ha sovente incentrato la propria iniziativa politica sulla partecipazione popolare, mostrando una singolare fiducia nel coinvolgimento dei cittadini nella decisione politica. In particolare, attraverso l’attivazione dell’istituto del referendum.
Diciamo singolare, con riferimento alle prevalenti, da noi, culture politiche. E’ conosciuta la resistenza di Togliatti all’istituto referendario in sede di costituente, come è nota l’incredibilmente restrittiva giurisprudenza della Corte Costituzionale in questa materia, che ha dilatato enormemente i requisiti di ammissibilità del referendum abrogativo, rispetto a quanto letteralmente previsto dall’art. 75 della Costituzione.
Il principio che inconsapevolmente mosso i radicali, che parrebbe ovvio, ma che tanti ostacoli trova da noi, è che il popolo non può possedere un potere legislativo inferiore rispetto a quello dei suoi rappresentanti.
Ma, se così è, logica imporrebbe che ci si battesse anche per l’introduzione del referendum propositivo, accanto a quello abrogativo, anche considerando che una legge nuova è sempre anche abrogativa del quadro giuridico precedente, così come una norma abrogativa è anche sempre innovativa rispetto a detto quadro giuridico.
In casa radicale si sono invece talora levate voci contrarie al referendum propositivo, in nome, si immagina, di una funzione meramente di “controllo” del voto popolare, ma, come detto, tale posizione non ci pare congruente con l’aureo principio enunciato.
Se dunque da noi siamo cantottant’anni indietro rispetto alla situazione descritta da Tocqueville nella “Democrazia in America”, la lotta per la democrazia diretta (soggetta spesso a ironie sciocche del tipo “non siamo in Svizzera”… magari!) deve piuttosto proseguire ed estendersi.
Ad esempio proponendo l’elezione diretta, con previsione di recall, dei magistrati, o almeno dei capi-ufficio, dei procuratori della repubblica, i quali si presentino alle elezioni con un proprio programma vincolante, in grado di superare l’ipocrisia della fasulla obbligatorietà dell’azione penale; estendendo, seguendo l’insegnamento del “municipalismo” di Camillo Berneri, la democrazia a livello locale, concentrando le funzioni amministrative nei comuni (giustizia compresa, tranne quella civile, da devolversi sempre di più ad arbitrati privati, data l’inutile macchinosità dell’odierna costosa procedura civile).
Emerge a questo punto la questione del federalismo e della secessione.
Pannella si è di recente riconfermato contrario alle secessioni territoriali, intervenendo a proposito dei referenda scozzese e catalano, invocando il superamento dell’istituzione “Stato nazionale” in nome del federalismo europeo di stampo ventoteniano.
Che le secessioni territoriali (altro discorso andrebbe condotto con riferimento alle secessioni individuali) non siano eo ipso libertarie lo sosteniamo da tempo, anche in polemica con anarco-capitalisti tardo-rothbardiani fautori di siffatte secessioni. Tuttavia, occorre considerare che, se è auspicabile un federalismo verso l’alto di stampo neo-kantiano, altrettanto auspicabile, si direbbe, è il federalismo verso il basso, con riferimento quantomeno alle funzioni amministrative che possano essere esercitate direttamente dai cittadini o da loro “magistrati” revocabili, per utilizzare la dizione dei classici.
Va da sé, peraltro, che ogni secessione di questo tipo deve comportare l’inserzione in un più ampio ordinamento internazionale, in una comune “corte di giustizia”, che garantisca i diritti umani fondamentali, la libertà di concorrenza, di libera circolazione, etc. Certo, vanno invece osteggiate secessioni che non intendano rispettare tali diritti, o che siano rivolte all’introduzione di dazi o simili ostacoli illiberali, barriere che il mercato non può e non vuole riconoscere.
Ci si può chiedere, a questo punto, quale strategia politica debbano seguire, in regime democratico-liberale, i radicali, per perseguire i propri obiettivi.
Mentre gli anarchici classici, in nome del rifiuto della delega e invocando i sacri principi di Saint Imier, reclinano di essere coinvolti in alcun modo nelle competizioni elettorali o altrimenti democratiche (pur essendo coinvolti giornalmente, in una quantità di atti quotidiani compromettenti, in un mondo che detestano), i radicali sono sempre stati laici rispetto al voto e al non voto.
Così cioè come non rifiutano per principio le elezioni, nemmeno si sentono obbligati a parteciparvi, se non sulla base di valutazioni caso per caso, e questo è un criterio sano.
Si tratta tuttavia di approfondire quale debba essere l’atteggiamento “politico-elettorale” dei radicali, tanto ove si presentino, quanto ove non si presentino.
A nostro avviso, i radicali devono mantenere la propria collocazione storica, come descritta in introduzione, ossia all’estrema sinistra dello schieramento istituzionale. Del resto, lo stesso miglior Rothbard diceva che storicamente, a partire dalla rivoluzione francese, la destra è rappresentata dagli statalisti nostalgici dell’ancien régime, mentre la sinistra è rappresentata dai liberali, dai radicali, dai libertari, costituendo invece il socialismo, con il suo miscuglio di statalismo e di antistatalismo, un confuso movimento centrista.
Ciò non significa abbandonare il principio della trans-partiticità, che consente di colloquiare con esponenti di ogni estrazione politica sulla base dell’adesione alle concrete singole battaglie, ma essere perfettamente consapevoli della propria identità.

Ciò comporta che, ove si affermi un sistema politico latamente “all’americana”, i radicali devono costituire l’ala libertaria dello schieramento progressista, in mancanza di che, allora, tanto vale, battersi per l’affermazione di un sistema perfettamente proporzionale, dato che, del resto, è proprio sotto il sistema proporzionale che i radicali hanno dato il meglio di sé nelle lotte parlamentari.
In un sistema o nell’altro, comunque, la presenza parlamentare può essere molto utile, non tanto come generico diritto di “tribuna”, quanto per esercitare sindacato ispettivo, per consentire una frequente attività di visita dei penitenziari, per controllare gli intinera legislativi nelle commissioni, per battagliare per la discussione dei progetti di legge di iniziativa popolare, spesso insabbiati nelle stesse, etc.
In mancanza di una presenza parlamentare, i radicali hanno, in tempi recenti, incentrato la propria iniziativa nella proposizione di azioni giurisdizionali, le più interessanti delle quali sono quelle adite a livello internazionale. Anche questo profilo dell’azione radicale va salutato positivamente. Pannella sembra finalmente essersi convinto, almeno in parte, dell’inanità dell’iniziativa di tipo penalistico, a favore di un approccio più di common law, invocando, a livello di giudici ordinari, statuizioni in grado di costituire precedenti vincolanti per lo stesso legislatore.
Ad esempio, negli Stati Uniti, la legalizzazione dell’aborto è stata disposta in conseguenza di una pronuncia della Corte Suprema, nel noto caso del 1973 Roe vs. Wade, caso pilota per tutto il mondo, non in conseguenza di un atto del legislatore. Come diceva Bruno Leoni, del resto, è proprio la legislazione, con il suo carattere alluvionale, confusionario e pasticcione, a costituire fonte di incertezza del diritto, mentre il diritto giurisprudenziale consuetudinario, fondato sulla vincolatività del precedente, la cui ratio va ravvisata nel rispetto della parità di trattamento nel tempo, è più in grado di consentire al cittadino stabilità nell’elaborazione delle proprie aspettative.




3. I diritti civili

A) Manicomi, carceri, diritto penale, polizia.

I radicali si sono a suo tempo resi protagonisti di una fondamentale battaglia contro i vecchi manicomi, legati a una visione di segregazione della malattia mentale o presunta tale (non ignoriamo gl’insegnamenti dell’anti-psichiatria di un Thomas Szàsz), sostituiti da una rete di comunità di riabilitazione, di case-famiglia, etc., e si è trattato sicuramente di un grande passo in avanti.
Noi possiamo parlare a ragion veduta di tale fenomeno, avendo trascorso, oltre a quindici giorni a San Vittore, svariati periodi nei reparti psichiatrici degli ospedali, quasi due anni in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (purtroppo gli O.P.G. non sono stati toccati dalla riforma, anche se oggi si parla di un’abolizione sempre rinviata), e poi, finalmente, quattro anni in comunità psichiatrica.
Dalla nostra esperienza, susseguente a T.S.O. sicuramente illegittimi nella forma (mentre nella sostanza non spetta a noi in questa sede giudicare della nostra “follia”) ricaviamo che i reparti psichiatrici sono ancora degli ambienti angusti, in cui il fumo è contingentato e dove vengono stilate cartelle cliniche senza alcun contraddittorio e controllo, che non vengono negati nemmeno a un appaltatore di opere pubbliche, pur trattandosi di relazione certo meno delicata. Quanto agli O.P.G., non possiamo che rilevarne il carattere esclusivamente afflittivo, privi come sono di qualunque valenza riabilitativa e di cura. Si tratta in pratica di vere e proprie carceri, e delle peggiori (salvo forse, a quanto dicono, quello di Castiglion delle Stiviere), oltretutto soggette al principio “sai quando entri, ma non sai quando si esce”. Si tratta del cosiddetto ergastolo bianco, per cui, come abbiamo constatato direttamente, anche soggetti autori di “reati” di lieve entità, subivano proroghe annuali continue di internamento, sulla base di giudizi di “pericolosità sociale” persistente, del tutto approssimativi.
Quanto infine alla comunità, la nostra esperienza è tutto sommato positiva. Il degente è effettivamente seguito, curato, pernotta in dignitosissime camere singole o doppie, può tenere computer con internet e telefono cellulare, può uscire anche da solo per andare al bar, in biblioteca, etc. Certo, la tua permanenza è sempre assoggettata al giudizio discrezionale degli psichiatri, i quali possono anche trovare pretesti discutibili per prolungarla, nondimeno il trattamento pare rispettoso dei diritti umani fondamentali e gli operatori, almeno nel nostro caso, si sono rivelati motivati e cordiali.
Siffatte comunità appaiono un possibile modello per il “carcere” del futuro. I radicali, come è notissimo, stanno conducendo da anni una forte battaglia per il ripristino della “legalità” carceraria, contro le inumane condizioni dei detenuti e contro il sovraffollamento, ottenendo importanti risultati, come la sentenza “Torreggiani” della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. A quest’ultimo proposito non possiamo che confermare. Nella nostra permanenza a San Vittore eravamo in quattro in pochi metri quadrati e le celle erano praticamente sempre chiuse.
Tuttavia, preferiremmo che i radicali estendessero sistematicamente al carcere l’approccio “abolizionista” che hanno sempre mantenuto per i manicomi, trattandosi in entrambi i casi di istituzioni totali irriformabili, essendo ormai storicamente sorpassato e agli sgoccioli il modello “panopticon” due secoli e mezzo fa concepito da Jeremy Bentham.
In verità, dal mondo radicale non mancano e non sono mancate voci abolizioniste. Ci fa piacere ricordare l’allora consigliere regionale lombardo anti-proibizionista Giorgio Inzani, che ormai venti anni fa organizzò, replicandolo, un convegno appunto abolizionista, al quale noi stessi abbiamo partecipato con una nostra relazione.
Ma lo stesso Pannella non ha mancato a suo tempo di prendere posizione su tale argomento. Abbiamo di recente riascoltato un filo diretto di quasi quarant’anni fa (con Pannella, vista la carenza di scritti, è agli interventi congressuali, ai fili diretti, ai dialoghi domenicali che bisogna sovente fare riferimento), nel quale prendeva chiaramente posizione contro l’istituzione carceraria. Tuttavia il tema è stato sostituito da un approccio “riformistico” che suona a volte troppo asfittico e inadeguato.
Invero, il carcere è inadeguato innanzitutto perché è il diritto penale a essere inadeguato, sia sul piano oggettivo, sia sul piano soggettivo.
a) Sul piano oggettivo, non è adeguatamente giustificato che cosa debba costituire “reato”. In base all’art. 40 del codice penale, dovrebbe sempre essere raffigurarsi un evento dannoso o pericoloso, ma noi siamo in presenza di una grande quantità di fattispecie di reato nelle quali non si comprende in che cosa consista il danno o il pericolo (ammesso che un atto di pericolo, che non cagioni alcun danno effettivo, possa essere sanzionato): si tratta in molti casi di victimless crymes, e una volta che si considerino omicidio, lesioni e reati di violenza, che ne resta?
b) Sul piano soggettivo, quel che non funziona è la pretesa del diritto penale di sindacare, attraverso il giudizio sul dolo, sulla colpa, etc., il foro interno delle persone.
Si noti che, storicamente, tale requisito di responsabilità e colpevolezza intendeva rappresentare un progresso, nel senso che, in mancanza di mens rea, l’imputato non avrebbe potuto essere considerato colpevole e condannato. In realtà c’è da chiedersi oggi chi sia quell’uomo in grado di sindacare la mente altrui, la mens rea altrui, se non un dio!
A ben vedere, dovremmo invece, in presenza di effettivo danno, ricondurre l’istituto del reato a quello di mero illecito civile, a prescindere da ogni valutazione di foro interno, sulla base del semplice nesso tra condotta come causa e danno come effetto, con conseguente semplice risarcimento del danno. Il che appunto suppone che danno davvero vi sia. Come abbiamo più volte notato, inoltre, non può non sottolinearsi il carattere intrinsecamente discriminatorio del diritto penale, fondato sull’azione officiale, mentre nel caso dell’illecito civile sarebbe il danneggiato ad auto-selezionarsi e a pretendere indennizzo o risarcimento.
Del resto, nel diritto penale si pretende, come rilevò Alf Ross, che il cittadino introietti il significato di riprovazione morale della pena. In altri termini, si tratta di un settore del diritto non laico, come dimostrò nel medioevo il passaggio dal modello “Rotari” al modello “Liutprando”.
Sia consentito un’ulteriore ordine di considerazioni.
a) Recenti pronunce (caso Cucchi, caso Commissione “grandi rischi” dell’Aquila, caso Saviano, caso “eternit”) dimostrano come il riporre fiducia nel giudizio penale come strumento di soluzione di gravi problemi sociali non ha fondamento, dato il vincolo subito dallo stesso al principio di “verità processuale”, che non ha nulla a che vedere con la verità reale, anche per l’incidenza, oltre che degli elementi probatori, di quelli attinenti all’elemento soggettivo del reato;
b) Per contro, da parte di molti si insiste nell’utilizzare il processo penale, incentivando il protagonismo politico di molti giudici, proprio per acquisire informazioni “reali” su importanti vicende, altrimenti inaccessibili in quanto appartenenti agli arcana imperii. Si pensi alla denuncia rivolta contro i contraenti del “Patto del Nazareno”, presentata da esponenti del “Movimento 5 Stelle”, al dichiarato scopo di conoscere il contenuto di quel patto. Ovvero si pensi al processo sulla questione della “compravendita” di voti parlamentari per far cadere l’allora governo “Prodi”. Tutte vicende di difficile configurazione penalistica, ma che approfittano dell’inadeguatezza o totale assenza di altri strumenti di controllo forniti dall’ordinamento, caricando il processo penale di elementi politico-sociologici del tutto impropri.
Un cenno, infine, alla questione della brutalità della polizia. Anche a tale proposito possiamo vantare esperienza personale, ma non vogliamo farcene condizionare. Preferiamo restare su considerazioni di carattere generale.
La funzione istituzionale delle forze di polizia dovrebbe essere, salvo errore, il portare la legge a esecuzione. Ma che cos’è la legge in uno Stato di diritto moderno? Per rispondere, occorre riferirsi alla cosiddetta gerarchia delle fonti.
Nella gerarchia delle fonti, al primo posto vengono le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, i trattati internazionali, le costituzioni, e poi le leggi, e via via le sentenze, i provvedimenti amministrativi, etc. Dovremmo allora arguire che, quando vediamo plotoni di poliziotti per le strade muniti di manganelli, manette, caschi integrali, mitragliette e scudi di protezione, essi stiano in tal modo facendo rispettare… dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, i trattati internazionali, le costituzioni, e poi le leggi, e via via le sentenze, i provvedimenti amministrativi, etc!
Sembra un paradosso, ma dovrebbe essere così. Le forze di polizia appaiono oggi strumenti consustanzialmente inidonei alle esigenze dello Stato di diritto correttamente intese. Esse “tutelano” un “ordine pubblico” concepito del tutto asfitticamente, con “sentenze passate in giudicato” di loro conio, come quella volta che, come abbiamo riscontrato in una trasmissione televisiva, vigili urbani si aggiravano tra le prostitute di strada per misurare a spanne il rispetto da parte loro del “comune senso del pudore”, valutando i centimetri delle loro gonne e gli eventuali reggicalze. Come se una non prostituta che stia semplicemente aspettando l’autobus non potesse indossare siffatte vestimenta, e come se “prostituta” fosse nozione con un senso purchessia (sul che torneremo tra non molto).


B) La Corte Penale Internazionale.

I radicali, in particolare Emma Bonino, hanno ricoperto un ruolo importante nell’ideazione e nel compimento della Corte Penale Internazionale, volta a perseguire i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio. Diciamo subito che a tale proposito non intendiamo fare valere le nostre radicali riserve nei confronti del diritto penale.
Esse valgono per il comune cittadino, non per gli uomini di potere coinvolti in crimini mostruosi, con riferimento ai quali non è necessario alcun giudizio sul foro interno per accertare la colpevolezza. Sappiamo che Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot erano dei massacratori di popoli, pur in assenza di alcun giusto processo.
E tutto si può contestare a Gaetano Bresci, si può ben essere contro la “propaganda del fatto” in nome della nonviolenza, ma non imputargli di non aver debitamente accertato la responsabilità di Umberto I negli eccidi di Bava Beccaris, che si presume iuris et de iure.
In altri termini, consideriamo le corti internazionali di giustizia come strumenti volti a procedimentalizzare e mitigare il tirannicidio, ferma restando la legittimità, in linea di astratta teoria, di quest’ultimo.
Per entrare più nel dettaglio di questa delicata materia, contrappunteremo un testo francamente irritante, “La giustizia dei vincitori – Da Norimberga a Baghdad”, di Danilo Zolo, filosofo del diritto, già demoproletario approdato alfine a posizioni oggettivamente reazionarie.
Zolo muove dichiarandosi un “osservatore realistico delle relazioni internazionali” e, su tale base, si fa promotore di una denuncia della giustizia dei vincitori, che sarebbe iniziata con Norimberga e sarebbe proseguita fino ai Tribunali ad hoc jugoslavi, del Ruanda, etc.
In particolare, Zolo critica l’estensione agli individui della soggettività internazionale, e conduce una polemica contro l’ideologia occidentale dei diritti dell’uomo, che minerebbe le sovranità statuali e che verrebbe imposta con la forza a Paesi di cultura diversa, più attenti ai diritti collettivi e a relazioni di altro genere che quelle fondate sui diritti soggettivi e sulla libertà negativa.
Per contro, Zolo lamenta che i tribunali ad hoc, espressione della giustizia dei vincitori, non avrebbero rispettato i principi dell’habeas corpus e del rule of law, sfiorando appena però la questione della Corte Penale, che, non avendo ottenuto la ratifica degli U.S.A., non si presta evidentemente a una tale censura.
Zolo ha buon gioco solo quando denuncia gli orrori della guerra, ma, da buon realista politico, dovrebbe anche dirci quale sia l’alternativa in certi casi, dato che egli semplicemente irride al pacifismo kantiano e kelseniano, ritenuto “di scarso interesse politico e teorico” (!), e dato che egli giustifica il terrorismo, ritenendo importante comprenderne le ragioni, per eliminare il quale non ci sarebbe altra strada che proporre il suicidio dell’occidente cattivo.
Opponiamo quanto segue:
a) E’ vero che il processo di Norimberga costituisce un esempio di “giustizia dei vincitori”, come tale stigmatizzato dallo stesso Kelsen, ma il suo fondamento di giustificazione consisteva nel fatto che i processati fossero gli aggressori. E questo è un importante precedente, recepito dallo Statuto della Corte Penale, anche se subordinato a successivi adempimenti;
b) Quanto all’estensione della soggettività internazionale agli individui, essa, che trova un precedente antico nelle teorizzazioni del Mancini, va salutata come un fatto positivo, rispettoso dell’individualismo metodologico, essendo gli Stati nulla più che aggregati di individui, sicché le aggressioni imputate agli Stati vanno più esattamente configurate come aggressioni perpetrate da singoli individui (Hitler, Stalin, etc., erano singoli individui, sia pure organizzativamente supportati); e la responsabilità penale non è forse per definizione personale?
c) Quanto ai diritti umani, Zolo è sorprendente. Noi non siamo fautori della superiorità dell’occidente tout court. Non ignoriamo che la cultura della tolleranza, come ricorda sempre Amartya Sen, affonda le proprie radici nelle antiche religioni orientali, e che nello stesso Corano (Sura 2, versetto 62) si dice che anche ebrei e cristiani potranno trovare salvezza, se credono in Dio e/o se compiono buone opere (e si deve ritenere che i sedicenti “fondamentalisti islamici” non sappiano leggere). Tuttavia non crediamo ci si debba vergognare se, nella modernità, è in Locke, in Hume, in Jefferson, in Mill che possiamo trovare i nostri progenitori. Il problema è semmai che l’occidente non sempre ha rispettato e fatto valere, come nell’imperialismo, i propri sacrosanti principi.
Ciò che è sorprendente, in particolare, è che Zolo continui a parlare di imperialismo occidentale per quanto riguarda i diritti umani, della loro pretesa di universalizzazione, ignorando o fingendo di ignorare (vi allude in un momento, per verità) che essi sono previsti dalla Carta dell’O.N.U., e quindi sottoscritti da tutte le nazioni. Che poi tali diritti intacchino il mito della sovranità nazionale è fatto solo positivissimo, almeno alla luce dei nostri principi libertari.
Come detto, l’impagabile Zolo contrappone ai diritti umani altri valori di altre aeree geografiche, che sarebbero nientedimeno che “l’ordine, l’armonia sociale, il rispetto dell’autorità, la famiglia”! E stiamo parlando di un estremista di sinistra! Bella fine hanno fatto costoro, pur di difendere… la Cina odierna. E infatti Zolo si compiace di sottolineare che molti paesi dell’America Latina (anche loro bella roba!) e dell’Asia, “con in testa la Cina”, hanno rivendicato la priorità “dello sviluppo economico-sociale, della lotta contro la povertà”, etc. E c’è chi ci crede! Comunque, quand’anche vi fosse sincerità in tali parole, non pare abbia senso contrapporre i diritti umani allo sviluppo economico e alla lotta contro la povertà, potendo le varie cose andare di pari passo.
Zolo, poi, indefesso, contrappone ai diritti individuali, che secondo i liberali sarebbero gli unici universalizzabili, i diritti collettivi. Quali sarebbero questi diritti collettivi? Il diritto di praticare la propria religione, il diritto di disporre di risorse naturali, il diritto di parlare la propria lingua, i diritti delle donne, i diritti dei fanciulli.
La rozzezza di Zolo è senza pari. E’ a tutti evidente, infatti, che siffatti “diritti collettivi” sono perfettamente riconducibili a diritti individuali: ognuno ha diritto di praticare la propria religione, di parlare la propria lingua, ogni donna e ogni fanciullo non sono altro che individui, anche disporre di risorse naturali è attività riconducibile all’iniziativa individuale. Se così non fosse, anche i pretesamente contrapposti diritti individuali sarebbero “collettivi”, sarebbe del “collettivo” il diritto di esprimere il proprio pensiero, tanto più il diritto di associarsi, e così via. Insomma, Zolo è totalmente ignorante del dibattito attorno alle teorie dell’individualismo metodologico, in altri termini è semplicemente un illiberale.
d) Zolo è addirittura comico, nel senso che non conosce vergogna e senso del ridicolo, quando imputa ai tribunali ad hoc di non essere stati rispettosi dell’habeas corpus e del rule of law, del principio nullum crimen, nulla pena sine lege, come se non si trattasse di principi elaborati dal crudele occidente, che egli, mantenuto dai contribuenti dello stesso, aborrisce. Naturalmente non può dire altrettanto della Corte Penale, e infatti Zolo quasi non ne parla. Ripetiamo che a quest’ultima non può imputarsi di essere espressione di giustizia dei forti, tant’è vero che gli U.S.A. non l’hanno ratificata.
e) Zolo, professandosi realista, afferma che bisogna comprendere la ragioni del terrorismo, e forse può darsi che su questo non abbia tutti i torti: se il terrorismo c’è, un qualche motivo vi sarà. Ma egli lo ravvisa solo nella questione dell’oppressione del popolo palestinese, non menzionando però mai il fatto che Israele è uno scoglio (democratico o quasi) in un oceano di Stati autoritari che ne auspicano la distruzione, sicché, sempre da buon realista, egli dovrebbe anche fornire a Israele indicazioni di condotta che abbiano un senso, appunto, “realistico”, data la situazione.
f) Invece che cosa propone Zolo, come soluzione a tutti i problemi di disagio internazionale? Che l’occidente si suicidi, questo cattivo occidente che pretende di imporre a tutti l’universalizzazione dei diritti umani fondamentali: “Occorrerebbe liberare il mondo dal dominio economico, politico e militare degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati europei. La fonte prima, anche se non esclusiva (sia grazia. N.D.R.) del terrorismo internazionale è infatti lo strapotere dei nuovi civilissimi ‘cannibali’ bianchi, cristiani, occidentali”. E tutto ciò realistico, oltre che sensato? Mah!
g) Si diceva che Zolo ha buon gioco solo quando denuncia l’orrore della guerra e la facilità con cui gli U.S.A. vi ricorrono, anche sulla base di legittimazioni teoriche come quella di Ignatieff, che dopo aver fornito una teorizzazione esemplare dei diritti umani e dell’universalizzabilità della sola libertà negativa (anche se noi tendiamo a superare la dicotomia libertà negativa/libertà positiva, con la teorizzazione che forniamo della rendita di esistenza), giustifica su tale base la guerra cosiddetta umanitaria. E in effetti è su questo che si gioca la sfida, per venire alle cose piccole, anche per i radicali: elaborare una dottrina e una pratica della nonviolenza, che sia alternativa alle dottrine guerrafondaie, da porre a fondamento dei diritti umani –pace Zolo- universali. Si tratta di sfida non da poco, messa duramente alla prova da vicende del tipo Isis, ma che è la più grande che ci troviamo oggi davanti.


C) Droga.

Come si sa e come si è detto, in materia di droghe i radicali sono da sempre su posizioni antiproibizioniste (anzi, essi considerano l’antiproibizionismo un approccio universale, e parlano di “antiproibizionismo su tutto”). Anche in tale settore essi hanno ottenuto alcuni importanti successi, in particolare (già dopo la “fumata” pubblica di Pannella del 1975) sul terreno della depenalizzazione del consumo personale, poi rinnegata dalla famigerata legge Iervolino-Vassalli, e poi ripristinata da un brillante referendum popolare radicale, brillante nel senso che l’esito non era dato per nulla per scontato. Poi è intervenuta la Fini-Giovanardi, che ha complicato ulteriormente le cose, salva susseguente sentenza della Corte Costituzionale, che ne ha consacrato l’invalidità per motivi formali.
Insomma, come diceva Popper, passare la vita a risolvere problemi! Ma proprio per questo bisogna cercare di risolverli su basi teoriche il più possibile solide.
Pannella, com’è noto, sostiene la “legalizzazione” delle droghe, non la loro “liberalizzazione”. Anzi, sostiene che le due proposte sarebbero l’una l’”opposto” dell’altro, in quanto la droga sarebbe oggi di già “libera”, in quanto rinvenibile a qualunque ora del giorno e della notte. Si vorrebbe dire a Pannella di circondarsi meno di avvocati penalisti e più di economisti, magari ripristinando l’antico rapporto con Antonio Martino!
Finché si tratta di un espediente retorico, volto ad acquisire consenso presso l’opinione pubblica moderata, stia bene l’invocare la “legalizzazione”, ma il rischio è che a forza di ricorrere a quell’espediente si finisca con il crederci veramente; e non si dica per favore che la droga sarebbe oggi di già “libera”! A parte il fatto che “liberalizzazione” non è una parolaccia (persino l’on. Bersani ha “liberalizzato”, quand’era ministro, alcune licenze commerciali); e a parte il fatto che, nel nostro sistema, liberalizzare comporterebbe sicuramente l’introduzione di alcune regole, occorre considerare che, sempre nel nostro sistema, a invocare regole non si sa dove si finisce, data la tendenza minuziosa del legislatore al riguardo; e a parte ancora il fatto che, se si è “antiproibizionisti su tutto” in quanto convinti che una proibizione crea più danni di quanti ne elimini, bisogna anche comprendere che regolamentare comporta una certa dose di proibizione, quindi una certa quota di male; a parte tutto ciò, oggi la droga è tutt’altro che “libera”.
Ne sarà “libera” l’offerta da parte dei cartelli mafiosi, ma non è libera la domanda. Il consumatore sopporta costi di monopolio, costi da clandestinità, il rischio di sanzioni (oggi il ritiro della patente e del passaporto), e così via.
Del resto, se sussistesse un trasparente e non opaco mercato concorrenziale delle droghe, si aprirebbe lo spazio per l’intervento di associazioni di consumatori, che vigilerebbero sulla qualità del prodotto, il che oggi non avviene, per cui della situazione attuale tutto si può dire, meno che le droghe siano immerse in un mercato davvero “libero”: sostenere il contrario sollecita dubbi sul fatto che Pannella e i suoi più stretti seguaci siano veramente consapevoli di che cosa sia e di come funzioni un’economia di mercato, sicché auspichiamo una revisione in senso radicalmente libertario e non statalistico delle premesse dell’azione, in sé sempre meritoria, al riguardo.

D) Prostituzione.

Sulla prostituzione i radicali non hanno fin qui condotto battaglie specifiche particolarmente intense; si diffonde però nell’ambiente, e non da oggi, la tendenza a chiederne a sua volta la “legalizzazione”. In realtà qui c’è poco da “legalizzare”, a parte l’abolizione del reato di “adescamento”.
Valgono qui, a maggior ragione, le considerazioni svolte a proposito della droga. A maggior ragione, si diceva. Infatti, come abbiamo già sostenuto in vari precedenti scritti, la “prostituzione” è in realtà uno pseudo-concetto che unisce arbitrariamente il fatto dell’atto sessuale (ma che cos’è un atto sessuale? Lo è il ricoprirsi di cioccolata, come faceva per i “clienti” Angela Finocchiaro in un film di Maurizio Nichetti?) con il fatto della corresponsione di utilità, insomma lo stigma deriverebbe dallo scambio. Ma, come ha già notato Walter Block, tutte le attività umane consistono normalmente in scambi, sicché inventarsi il “fatto istituzionale” “prostituzione” proprio con riferimento al sesso, si deve in realtà a una mentalità sessuofobica, dura a morire, perché a rigore dovremmo definire “prostituzione” qualsiasi scambio tra un comportamento e una data utilità.
Si dirà che la prostituzione in senso stretto riguarda un comportamento molto intimo, ossia l’uso diretto del corpo e la confusione di questo con un corpo altrui. Ma proprio tale considerazione suggerisce che si deve osteggiare qualsiasi “regolamentazione” della prostituzione, men che meno la relativa tassazione, proprio perché si tratta di un libero uso del corpo! Nessuno di noi accetterebbe una legge (altra cosa è la morale religiosa), che ci dicesse che cosa possiamo o non possiamo fare con il nostro corpo in unione con adulti consenzienti, men che meno che tale comportamento sia tassato!
Si dirà ancora che una prostituta o un prostituto vanno con molte persone, e che quindi ciò deve trovare risposta sul piano della prevenzione sanitaria. Rispondiamo che quello quantitativo non può essere un valido criterio di differenziazione, dato che conosciamo persone che hanno molti rapporti sessuali indipendentemente dalla professione che svolgono. Sicché la legge dovrebbe disciplinare i rapporti di tutti coloro i quali ne hanno molti! Immaginiamo l’intrusività di una simile normazione, e certamente la consideriamo indesiderabile.
D’altra parte, se si vuole ravvisare il proprium della prostituzione nella natura economica dello scambio, è agevole opporre che anche nel matrimonio ciò avviene sovente. Gary Becker ha elaborato in proposito una vera e propria economia del matrimonio, fornendone una rappresentazione in termini analoghi a quelli che ha un’impresa secondo Ronald Coase: in altre parole, un’organizzazione volta a limitare i costi di transazione.
Sostiene Becker che molti dei servizi e benefici che si hanno nel matrimonio possono essere reperiti nel libero mercato: appagamento sessuale, pulizia della casa, nutrimento necessario: il matrimonio te li mette a disposizione senza bisogno di cercarli altrove, ma tutto ciò ha evidentemente un costo iniziale e di mantenimento. Becker fa eccezione per i figli, che non si potrebbero trovare sul mercato, e per il sentimento dell’amore. Si resta stupefatti, dato che uno può ben avere figli fuori del matrimonio, e innamorarsi, perché no, di una prostituta (dobbiamo ricordare “Pretty Woman”?).
Problema diverso sarebbe quello dell’eventuale legalizzazione del cosiddetto “sfruttamento” della prostituzione. In tal caso si tratterebbe probabilmente di un’attività imprenditoriale, essa sì, forse, da assoggettarsi a tassazione, a meno che tra il ruffiano e la prostituta cosiddetta non vi sia rapporto affettivo. Comunque sul punto sospendiamo il giudizio.


E) Matrimonio egualitario.

Ha suscitato qualche malumore la recente presa di posizione di Pannella, che si è detto favorevole alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, ma contrario al matrimonio omosessuale, che ora si preferisce definire “matrimonio egualitario”.
Sbaglierebbe però chi ritenesse, maliziosamente, che tale presa di posizione sia frutto del recente e controverso flirt, che talora appare unilaterale, tra Pannella e Papa Bergoglio. In realtà Pannella è sempre stato contrario al matrimonio omosessuale.
Ricordiamo in proposito un antico dibattito tra Pannella stesso e il compianto Paolo Pietrosanti. Quest’ultimo sosteneva animatamente che il matrimonio era ed è l’unico negozio giuridico in cui sia rilevante il sesso dei contraenti (ad esempio, non è rilevante, a Federico Fellini piacendo, il sesso della tabaccaia). Pannella ribatteva che il “matrimonio” è concetto e istituto storicamente connotato, e che per i gay si sarebbe dovuto inventare qualcosa di diverso. Pannella sottolineava che “matrimonio” viene da mater, e che quindi l’istituto mal si attagliava a una coppia omosessuale.
L’argomento prova troppo. A parte il fatto che Pannella ci ha insegnato che la natura è storia e cultura, e quindi anche le parole possono evolversi nel significato, se “matrimonio” viene da mater, “patrimonio” viene da pater, e quindi, a rigore pannelliano, non dovrebbero darsi “patrimoni” in mani femminili o sterili, così come gli sterili non potrebbero sposarsi.
Aggiungasi che, ribaltando paradossalmente l’affermazione costante dei cattolici contrari, secondo i quali l’art. 29 della Costituzione sarebbe preclusivo di qualsiasi riconoscimento della coppia omosessuale, è proprio l’art. 29 a imporre viceversa il matrimonio tra omosessuali, pena la disparità di trattamento e la violazione del principio di uguaglianza, almeno una volta che si ammetta che anche quella tra omosessuali può essere una “famiglia”. Sicché, se non ci penserà il legislatore, si arriverà probabilmente al matrimonio egualitario per via di giurisprudenza costituzionale.
Tuttavia, qualche volta capita che Pannella rischi di avere ragione anche quando sbaglia.
Quando egli rileva che il matrimonio è storicamente connotato, non erra di sicuro, ma questo non solo per gli omosessuali, ma per tutti. Si vedano le considerazioni svolte a proposito di quell’organizzazione monogamica che è il matrimonio per Gary Becker. Il vero problema, a questo punto, è il carattere statalistico, e di diritto pubblico, del matrimonio.
Bisogna de-nazionalizzare il matrimonio, riportandolo nel diritto privato, e riducendolo, per omosessuali e non, a mero contratto tra individui.
A questo punto si risolverebbe anche il problema della poligamia e della poliandria, posto, almeno il primo, dalle ondate immigratorie. Se tutto è ricondotto a libero contratto, e non a convenzione… pubblicistica, nulla osta a che stipulino un uomo e quattro donne, tre donne e sette uomini, cinque uomini tra loro, e così via.

F) Immigrazione.
In materia di immigrazione, i radicali hanno raccolto firme per due referendum di carattere ampliativo, ma in numero insufficiente.
Si tratta certo di materia delicata, nella quale le pulsioni conservatrici e reazionarie sono non solo vellicate dai vari Matteo Salvini, ma purtroppo spontanee, e diffuse in tutto il mondo. Gli U.S.A. sono da sempre nazione di immigrati, ma anche da loro si sono affermate politiche restrittive, almeno fino ai recenti provvedimenti di Obama, anche se, come ricorda David Friedman, ai piedi della Statua della Libertà sono da sempre incise parole immortali di accoglienza al riguardo.
Certo, il buonismo alla Boldrini non aiuta, anzi è spesso controproducente, data anche il tono spesso di supponenza della cattedra di provenienza. Quel che occorrerebbe fare sarebbe invece piuttosto di convincerci e convincere che l’immigrazione conviene.

Non siamo specialisti della materia, quindi ci limitiamo a due considerazioni:
a) L’immigrazione aumenta la concorrenza economica. Si pensi ai commercianti cosiddetti abusivi, alla capacità dei cinesi di introdursi in tutti i gangli dell’economia a prezzi stracciati, dalla “prostituzione” (ottimo rapporto qualità/prezzo, a quanto si dice), ai negozi di parrucchiere, ai nails shops, al tessile, nella ristorazione, etc. Si pensi ai servizi alla persona, agli anziani (rumene, sudamericane) al lavoro domestico dei filippini, e così via.
b) L’immigrazione aumenta la concorrenza giuridica. Ogni gruppo etnico si fa infatti portatore di un proprio sistema di vita, di un proprio sistema di valori, in una rete di solidarietà interna al gruppo, in definitiva, di un proprio ordinamento giuridico in concorrenza con gli altri, e ciò è molto proficuo in vista della messa in discussione della vecchia idea di monopolio territoriale del potere e del diritto. Si pensi in particolare ai Rom, presenti con il proprio ordinamento personale in tutti i paesi d’Europa. La sfida è che, come si è anticipato, siffatto multiculturalismo trovi conciliazione in un meta-quadro giuridico liberale che consenta la co-possibilità e coesistenza di tutti gli ordinamenti particolari.
Naturalmente, per convincersi che tutto ciò sia utile, bisogna già essere convinti che sia utile la concorrenza. Sicché la battaglia delle idee si viene a collocare a un livello più elevato e forse più tecnico di discussione.

G) Eutanasia.

Lasciamo per ultima l’eutanasia, non perché sia poco importante, ma in quanto tema poco controverso in casa radicale. Al contrario, si tratta di tema centrale, al punto di poter divenire nei prossimi anni l’equivalente di quello che fu l’aborto negli anni ’70: in entrambi i casi si tratta di questione di “antiproibizionismo”, dato che siamo convinti che l’eutanasia clandestina dilaghi, anche per cognizione diretta, al tempo della dipartita della madre di chi scrive.
Si tratta, sempre in entrambi i casi, di questione afferente la libertà fondamentale del corpo, che pone l’interrogativo su chi sia il proprietario del nostro corpo.
In effetti, le argomentazioni dei contrari ci sfuggono, nella loro pochezza.
Quando un malato terminale, in preda al dolore e/o allo sconforto, o quando qualcuno in vista di diventarlo lascia il proprio “testamento biologico” (living will), chiedendo che la propria infelice vita sia interrotta, non si comprende proprio chi possa essere abilitato a opporre la propria volontà alla sua.
I cattolici contrari non possono che opporre la rassegnazione al dolore, come Maria Teresa di Calcutta che rifiutava la morfina ai malati (e come oggi si rifiuta irragionevolmente la cannabis terapeutica), ma questo sarà un problema loro, che non si vede come imporre ai refrattari.
Tra i radicali, in tale campo è particolarmente impegnata l’Associazione “Luca Coscioni”. Sicché non ci resta che chiudere augurandole di vincere, nei prossimi, speriamo pochi, anni, questa fondamentale battaglia.

CONCLUSIONE

Quale futuro per i radicali.

Giunti alla fine di questa rassegna, solo poco parole sul futuro dei radicali, dopo che, dal nostro punto di vista, si è già detto tutto quello che avevamo da dire, sia in termini di analisi economica, sia in termini di analisi giuridica (sempre che abbia senso una tale distinzione).
Si è già alluso al recentissimo feeling tra Marco Pannella e Papa Francesco, o almeno del primo verso il secondo, dato che resta ancora da vedere quanto questo amore “egualitario” sia ricambiato.
Alcuni ultimi accenni (proprio su aborto e eutanasia) non lasciano ben sperare, d’altra parte sarebbe folle aspettarsi radicali revirement da parte di un’Organizzazione millenaria, che normalmente ci mette secoli a mutare opinione sui temi fondamentali. Basta pensare al ruolo della donna all’interno della Chiesa, che è ancora quello di mille anni fa.
Con ciò non si vuole negare che qualche innovazione Francesco la stia introducendo, trovando anche critici che sono arrivati a dire che se Pannella si è avvicinato al Papa non è perché il primo si sia convertito, ma è perché sarebbe il secondo ad essersi secolarizzato (pensiamo ad Antonio Socci).
Tuttavia, al posto di Pannella, lasceremmo che il Papa segua in libertà il proprio tentativo (che fin qui ha dato i suoi frutti più appariscenti in materia di giustizia penale), e cercheremmo sbocchi altrove.
A nostro avviso, i radicali dovrebbero ulteriormente laicizzarsi, non il contrario. In questa società secolare, se ci si vuole rivolgere alle nuove generazioni metropolitane (quelle degli “happy hour”, per intenderci) e fare concorrenza alla declinante demagogia del Movimento 5 Stelle, occorre dare di sé l’immagine, corrispondente a un’effettiva identità, di partito della modernità e della libertà individuale, quindi dell’anti-statalismo a tutto campo.
Per quanto ci riguarda, proporremmo di partire chiedendo l’abbassamento della maggiore età a 16 anni: in fondo, il diritto di voto ai diciottenni risale ormai a quarant’anni fa, e quindi, se si considerano i cambiamenti sociali intervenuti, i tempi appaiono maturi per una simile riforma.
Insomma, in definitiva, meno misticismo e più pragmatismo, ma accompagnando quest’ultimo con un costante aggiornamento dell’elaborazione teorica; il che è mancato, in questi anni, tra i radicali, delegandosi a Pannella un’incessante ed affannosa ricerca, sempre connessa alle singole battaglie, che di rado ha trovato occasioni di ampio respiro (ne abbiamo ravvisata una nel famoso “Preambolo”, redatto ai tempi della lotta contro lo “sterminio per fame nel mondo”, e di cui abbiamo pur posto quelli che sono, dal nostro punto di vista, i suoi limiti in termini di dottrina del diritto).
Quindi coniugare teoria e prassi, avendo sempre a riferimento i settori più dinamici della realtà sociale, i loro bisogni, i loro desideri, la loro spinta innovativa, che il renzismo a parole dichiara di voler rappresentare.
Riteniamo, in conclusione, che lo spazio da coprire sia enorme. Certo, però (ripetiamo), con una tessera del costo di centinaia di euro…





1 commento:

  1. non ho avuto modo di leggerlo tutto e in modo approfondito, cosa che penso farò, ma quel che ho letto condivido

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