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mercoledì 2 dicembre 2020

Quale anarchismo?

di Fabio Massimo Nicosia

Il tipo di anarchismo che propongo attinge evidentemente da varie fonti storiche e culturali, nel tentativo di operarne una sintesi; è possibile definirlo in qualche modo preciso, tirando in ballo questa o quella etichetta?

Intanto, va ribadito che non si tratta di quell’anarchismo di tipo “esistenzialista” che in vari luoghi va per la maggiore, ossia quello per il quale, essendo irraggiungibile l’utopia anarchica, allora ci si può “accontentare” di vivere ognuno la propria anarchia personale e soggettiva. In realtà le due cose non sono incompatibili, dato che io posso vivere la mia personale anarchia, e al contempo elaborare pensieri idonei a consentire di immaginare che in un futuro più o meno lontano questa anarchia teorica possa farsi pratica: il sottinteso è che debba trattarsi di una teoria valida e concreta, e non campata per aria.

Il riferimento alla comunione della Terra evoca riferimenti cristiani (Ambrogio) e John Locke, per il quale “Dio ha donato la Terra in comune agli uomini” e, su tale base, ha cercato di fondare un diritto di proprietà privata “legittimo”, ossia compatibile con la premessa, in quanto basato sull’esigenza che ognuno ne disponga.

L’idea della Terra in comune evoca in molti il pensiero di Henry George, il quale coglieva l’essenza del surplus nella rendita sulla terra, ma, a parte che George non era anarchico, il discorso sulla “terra” nella modernità sempre più si amplia a ricomprendere non solo e non tanto il suolo, ma tutte le risorse naturali, in particolare quelle impiegate in un processo produttivo, sicché non solo il suolo va considerato comune, ma anche e soprattutto quelle risorse.

Senonché io cerco di fondare sulla comunione della Terra la rinuncia stessa allo Stato o a qualsiasi altra entità di tipo monopolistico sul territorio, che poi è quella che rende possibile non solo l’appropriazione di quel surplus, ma la sua esaltazione, in quanto il territorio è sovrano e determina nei privilegiati, che se ne giovano, quello che chiamo, schmittianamente, il plusvalore della sovranità, di cui i privilegiati stessi possiedono dividendi, attraverso i favori che ricavano dall’esistenza stessa del Leviatano statale; e allora potremmo iniziare a parlare, non tanto di geo-libertarismo, che è espressione ambigua, dato che ricomprende anche gli statalisti fautori dell’imposta fondiaria, ma di geo-anarchismo, ossia la visione della Terra comune come presupposto per avviare un percorso di estinzione dello Stato stesso.

Ma ancora non basta, dato che è mio interesse anche confrontarmi con i filoni classici dell’anarchismo, ma anche dello stesso liberalismo -se il “primo anarchico”, vale a dire William Godwin, conosceva il pensiero di Thomas Jefferson-, ossia ovunque vi sia da imparare a proposito di che cosa sia la libertà, superando però del liberalismo le ristrettezze del tipo “la mia libertà finisce dove inizia la tua”, e invece proclamare, con Bakunin, che la tua presenza, se è libera, esalta anche la mia di libertà, giacché insieme siamo in grado di fare molte più cose che non ciascuno di noi due da solo considerato: la libertà è relazionale.

Tuttavia la pietra angolare della nostra argomentazione deve sempre essere l’individuo, dato che, sia pure in quello spazio comune, è l’individuo a dovere godere della libertà. Ed ecco allora che vengono in mente i filoni dell’anarchismo individualista, ma se un Max Stirner può affascinare per lo spirito iconoclasta proprio di questo anticipatore di Nietzsche, egli ci è poco utile al fine di elaborare una proposta pratica e non solo filosofica.

Allora dobbiamo rivolgerci ad altro anarchismo individualista, di maggiore carattere “sociale”, come quello degli americani del XIX secolo, in particolare quello di Benjamin Tucker, vale a dire un anarchico individualista, che, data l’epoca, si definiva anche “socialista”, in quanto fusionista delle idee di Stirner e Pierre-Joseph Proudhon, il quale poneva al centro della propria attenzione, assieme alla contestazione radicale del monopolio statale, il conseguente monopolio della terra, dei brevetti e del conio; e che, su tali basi, pur essendo un fautore acceso dell’economia di mercato, combatté i grandi monopoli capitalistici e industriali, che su quei monopoli preliminari si venivano fondando e nutrendo.

E allora è possibile forse parlare di un anarchismo liberal-socialista, che risponda alle domande del liberal-socialismo sapendo fare a meno dello Stato, tenendo però conto nella comunicazione che purtroppo anche da noi è venuta di moda la formula di von Mises, per la quale “socialismo” sarebbe sinonimo di “burocrazia”, ignorandosi in questo modo tutti i filoni originari di socialismo libertario.

Per altro verso, il riferimento alla comunione della terra ci potrebbe consentire addirittura di parlare di anarchismo liberal-comunista, o liberista-comunista, intendendo qui come comunismo il capital-comunismo, ossia il fatto che esiste un capitale comune, che va valorizzato a vantaggio di tutti.

Nella mia proposta, l’elemento individualistico e quello comunistico convivono, entrambi potenziati in una dialettica, che però non sembra prevedere sintesi hegeliane, dato che il contrasto concorde persiste, si direbbe, dato che persino l’eventuale realizzarsi di forme, anche estese, di comunismo dell’abbondanza non opererebbe mai nel senso di precludere o scoraggiare iniziative economiche individuali, altrimenti anche il comunismo dell’abbondanza si rivelerebbe piuttosto un comunismo autoritario.

C’è comunque un forte elemento egualitario, e se si vuole “socialista”, come in Proudhon, nella nostra proposta liberista di libero conio, perché in una situazione nella quale tutti siano in grado di associarsi per emettere moneta sulla base dei loro retrostanti, ivi compresa la capacità di lavoro, i lavoratori si pongono di fatto al riparo dal rischio di sfruttamento, essendo affrancati dal ricatto del bisogno del nullatenente; sicché potranno dar vita tanto ad esperienze economiche individuali, quanto ad esperienze associate di autogestione, rendendo puramente residuale l’ipotesi del lavoro subordinato, che cessa di essere tale, per trasformarsi in consapevole collaborazione autonoma.

Ma si badi che, in questa impostazione, anche l’elemento comunitario è finalizzato al guadagno e al benessere, data la natura finanziaria dei common trust; non solo al guadagno, naturalmente, ma anche ad altri fini di autorealizzazione individuale, salvo che tutto il resto non è codificato, ma totalmente libero, compreso l’associarsi in altre forme; quindi nemmeno vale la pena di parlarne, dato che ognuno farà come gli sembrerà opportuno, essendo per noi i cosiddetti diritti civili, anche quelli esercitati socialmente, non un fattore della legalità, della regolamentazione, o addirittura della punizione, ma della più completa libertà.

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