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venerdì 13 settembre 2019

"Facebook è un privato e fa quello che vuole"

di Fabio Massimo Nicosia

La tendenza a trattare il grande privato come un’”autorità” da rispettare, anzi, come un vero e proprio superiore gerarchico, trova oggi una chiara spia nelle affermazioni di quegli anarco-capitalisti, secondo i quali un social network, ad esempio Facebook, potrebbe (come del resto fa, spesso in violazione del principio di proporzionalità)  escludere e “bannare” a piacere “in quanto privato che comanda a casa propria”, sfuggendo loro che quello che l’utente stipula è un contratto (quindi siamo anche noi a casa nostra, considerato anche che gli utenti vi realizzano un discreto homesteading collettivo), che impone al social network obblighi di buona fede nella gestione del rapporto con il consumatore, in ottemperanza all’antico principio dell’interpretatio contra stipulatorem, che presiede al diritto del consumo, con particolare riferimento ai rapporti più squilibrati. E si noti che, se Facebook banna abusivamente una pagina, lede non solo la libertà del titolare, ma anche la mia di seguirla. Invece l’anarco-capitalista vive l’adesione al contratto come un assoggettamento di sé alle imposizioni del social network, un atto di rinuncia, del tutto ignaro del concetto stesso di “contratto per adesione” e delle sue implicazioni (il loro approccio è “micro-giuridico”, dato che guarda agli standards come “regolamento” vincolante, quando l’approccio corretto è “macro-giuridico”, ossia quello di sottoporre a controllo direttamente gli standards e la loro unilaterale implementazione) . D’altra parte, quando un “privato” raggiunge notevoli dimensioni e rilevanza pubblica, esso dovrebbe impegnarsi a rispettare determinati principi di rango costituzionale, ponendo il problema se i principi stessi valgano solo nei confronti dello Stato o anche dei grandi “privati”, in grado nella sostanza di adottare decisioni unilaterali nei confronti degli utenti e dei consumatori; nella specie, il “privato” Facebook è un concessionario de facto, oltretutto impiegando risorse demaniali, del servizio pubblico “amministrazione della libertà di manifestazione del pensiero” (il che richiede una grande competenza tecnico-giuridica, mentre Facebook agisce con grande rozzessa), e quindi soggetto al diritto pubblico, costituzionale e amministrativo (auspicabilmente, non nel senso che lo Stato aiuti Facebook a limitare libertà, come fa temere l’accordo Zuckerberg-Macron). L’essere “pubblico” o “privato” non è frutto di un’autocertificazione formale, ma un dato materiale legato all’attività svolta, anche in funzione della dimensione di scala, che qui individuo essere un servizio pubblico de facto. Ne deriva che Facebook non può dotarsi di standards di libertà di espressione più restrittivi di quelli previsti dall’art. 21 Cost., o dal I Emendamento (semmai, da un punto di vista libertario, si auspicherebbe che fossero più ampliativi). Inoltre, in base alla logica qui criticata, avendo Facebook preannunciato l’emissione di una propria moneta, per renderla a corso forzoso tra gli utenti basterebbe una modifica degli (unilaterali, posti e non contrattati, quindi vessatori) standards di comunità (magari prevedendo anche casi di ban nell’uso di quella moneta nei confronti di chi già la utilizzi). Conosco la replica: nessuno è obbligato a utilizzare Facebook. A parte il fatto che nessuno è comunque obbligato, di regola, a dar vita a rapporti contrattuali di sorta, ma ciò non significa che la controparte, se più forte, una volta stipulato il contratto abbia diritto ad abusare nel corso del rapporto, si deve anche considerare, ai tempi nostri, l’addiction che affetta la relazione con un social network, che già oggi è strumento indispensabile per molti, il che già dovrebbe indurre a non ammettere ban senza contraddittorio, vale a dire senza sentire le ragioni dell’utente, trattandosi oltretutto di un quasi-monopolista (circa due miliardi di utenti nel mondo). Ma c’è di più: nessuno oggi sostiene che uno non sarebbe “tenuto” a fare uso dei servizi telefonici e di energia domestica (“gas” ed elettricità), dato che sono parte integrante di una vita “normale” nei nostri continenti ai nostri tempi, e non un capriccio: lo stesso vale per internet e sempre di più, ormai, per i social network, per cui quella che ho chiamato addiction tende in modo progressivo a mutare pelle, per tasformarsi, più semplicemente, nell’esigenza di fruire di un servizio percepito come irrinunciabile, esattamente come il telefono, l’elettricità e il gas: esprimere pubblicamente la propria opinione su piattaforme apposite finirà presto con il rappresentare un bisogno non minore degli altri indicati, che vengono definiti non a caso servizi “essenziali” (pur non essendo di regola “obbligatori”, e però sono necesssari in concreto per poter vivere nel XXI secolo), nozione di cui è del resto evidente la relatività storicà. Si noti che non ho fatto cenno ai presupposti di legittimità del titolo proprietario di Facebook, che, a rigore libertario sono inesistenti (brevetti, uso gratuito di demanio, quindi abusiva costruzione di un’enclosure, ma anche contratto vessatorio non negoziato, che inficia la legittimità dei ban per “reato di opinione”); ma qui ho voluto prendere la questione da un’altra prospettiva. Tuttavia, data tale consustanziale illegittimità, opera il richiamato homesteading collettivo a vantaggio degli utenti. Naturalmente, resta ferma l’ipotesi che, confermandosi Facebook un luogo dalla censura facile, possano emergere concorrenti, e questo è l’unico punto su cui gli anarco-capitalisti hanno ragione: salvo che si tratta di una mera eventualità dai tempi non certo brevi. Nel frattempo, una volta che Facebook diventasse l’unico luogo al mondo sul quale esprimere opinioni, essa diventerà arbitro totale di ciò che si può dire e ciò che non si può dire, potendo silenziare a piacere chi vuole. Ma non c’è da preoccuparsi: a quel punto sarà sempre al tuo fianco un anarco-demente, il quale, essendo oltretutto difensore dei monopoli “di fatto”, ti dirà “Facebook è un privato e fa ciò che vuole, e poi non è obbligatorio stare su Facebook”.

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