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mercoledì 25 maggio 2016

Monopolio, comunismo, concorrenza e scelta indivisibile.

di Fabio Massimo Nicosia

La dialettica tra opposte o diverse tensioni unisoggettive si esprime tra i distinti poli del monopolio, o, per meglio dire, della pretesa abusiva, ossia non giustificata, al dominio, del comune, ossia dell’espressione di quanto è aspirazione alla condivisione del bene, percepito come suscettibile appunto di condivisione da parte delle diverse soggettività, e della concorrenza, ossia l’espressione immediata esattamente della plurisoggettività ontologica e, quindi, del conseguente carattere intrinsecamente pandespota della capacità di effusione normativa, estrinsecazione del dato di fatto che ciascuno è espressione di un proprio diritto, di una propria azione, di una propria iniziativa, che chiede di potere essere esercitata senza impedimenti e barriere da parte di altri e, quindi, anche indipendentemente dall’aspirazione alla condivisione dei beni e dalle contestuali pretese monopolistiche.


L’impressione è che questa dialettica sia difficilmente componibile, se la vicenda storica ci suggerisce la compresenza costante, la continua, non solo e non tanto, convivenza, ma, più precisamente, commistione tra i diversi elementi e le diverse componenti; ciò ci induce a ritenere non possibile, allo stato, accantonare sic et simpliciter l’uno o l’altro degli elementi stessi, né comunque prescinderne utopicamente nell’argomentazione, o nella ricostruzione della proposta, dato che si tratta semmai di operare al fine di comprendere i limiti immaginabili di operatività dell’uno e dell’altro, in vista della loro risoluzione dialettica l’uno nell’altro, o con l’altro; se è piuttosto chiaro quali siano i fondamenti ontologici della concorrenza, vale a dire la distinzione tra le soggettività e il loro inevitabile, almeno in una qualche misura, interagire autonomo e autodinamico, resta da comprendere meglio quale sia, se c’è, il fondamento ontologico degli altri due elementi, la tendenza al monopolio e la tendenza comunista, per verificare se non sussista connessione tra le due tendenze, ovvero se questa sia a propria volta risolvibile dialetticamente.

Prescindiamo qui dalla questione relativa alla cosiddetta “concorrenza monopolistica”, ossia dalla teoria che conduce all’affermazione radicale, concettualmente corretta, ma in questa fase fuorviante, secondo la quale ognuno è monopolista di se stesso, o comunque che ogni concorrente presenta caratteristiche pregnanti proprie che ne fanno in qualche misura un monopolista, e chiediamoci quali siano le condizioni fondamentali per le quali si possa venire davvero a costituire un monopolio, ovvero, per meglio dire il monopolio (di tutto); a nostro avviso le ragioni reali, che possono consentire la costituzione di una simile situazione sono esclusivamente due: a) che vi siano ragioni naturali che non consentono l’emersione di un soggetto alternativo al monopolista; b) che sussistano credenze in ordine alla sussistenza di queste ragioni naturali; per chi non crede al diritto naturale la prima ragione confluisce nella seconda e la secondo viene riassorbita nella prima. Paradossalmente, quindi, espungiamo dal novero la nozione di “monopolio di diritto”, la quale, se nella pratica è quella comune e apparentemente più logica, in termini di teoria generale e di approccio puramente analitico al tema è infondata, dato che il preteso monopolio “di diritto” si fonda inevitabilmente su un mero elemento di fatto, ossia che sia costituito con atto fondativo il preteso monopolio della legittimità, in grado di costituire monopoli cosiddetti “di diritto”, che tali non sono, in quanto mera articolazione esteriore del preliminare e fondamentale monopolio forzoso di fatto, in grado poi di costituire i monopoli formalmente qualificati “di diritto”.

Occorre quindi precisare che i monopoli esistenti sono tutti solo formalmente tali, perché l’ontologia è concorrenziale, con la conseguenza che i divieti di concorrenza sono inevitabilmente destinati all’ineffettività, per quanto essi possano essere e siano fortemente implementati, sicché ogni lotta all’”abusivismo” e all’informalità è in realtà una fatica di Sisifo; ne deriva che è molto dubbio che lo stesso fortemente qualificato monopolio “di fatto” sia mai davvero tale, in quanto normalmente sempre e solo un pretendente monopolista di fatto, che possa poi proporsi quale fonte costitutiva di monopoli cosiddetti di diritto in formale divieto della concorrenza, sicché anche l’affermazione che un monopolista di fatto davvero sussista va poi verificata alla luce dei fatti “naturali”, che consentano di constatare la corrispondenza tra l’elemento “naturale” presupposto e il fondarsi su di esso del monopolista di fatto, fonte in seconda battuta del diritto.

Una madre che abbia partorito il figlio è inevitabilmente l’unica madre di quel figlio, salvo condivisioni tecnologiche; ma anche un’affermazione del genere deve poi essere integrata, se non rettificata: il fatto che la madre sia monopolista di sé in quanto puerpera non garantisce nulla, né sul fatto che poi possa esercitare supposte funzioni materne, dato che il figlio le potrebbe essere sottratto, né che ella stessa avrà voglia o intenzione di farlo, ed ecco allora che il fondamento naturale delle situazioni di diritto svapora con una certa rapidità, anche solo a partire da questo esempio, che parrebbe molto importante, dato che si situa a fondamento di qualsiasi vita umana, e che riguarda ciascuno di noi.

E allora torniamo più da presso al nostro tema, e chiediamoci quali possano essere i supposti fondamenti “naturali” di una supposta situazione “monopolistica” in termini istituzionali e intersoggettivi, ossia prescindendo dall’affermazione radicale che ognuno è monopolista: orbene, noi ravvisiamo il fondamento credenziale delle situazioni istituzionali monopolistiche nell’idea e nella nozione di territorio e, più ancora, nell’idea e nella credenza del carattere unitario del territorio e, quindi, delle decisioni che lo riguardano.

Posta cioè la plurisoggettività sul territorio, l’idea che sia indispensabile assumere decisioni collettive sul territorio, decisioni collettive nell’interesse comune e collettivo, conduce de plano all’idea del monopolio: ed ecco allora che abbiamo individuato il pur problematicamente prospettato nesso tra “monopolio” e “comune”, sicché la sfida è esattamente rompere questo nesso, riconducendo il comune alla concorrenza, il che, se è operazione certamente fattibile sul piano teorico e ideale, diviene estremamente problematica nella pratica e nella prassi politica, in quanto si scontra con credenze fortemente condivise, e allora si torna all’antitesi tra monopolio “naturale” in sé e monopolio esistente in quanto fondato sulla credenza che un dato sia davvero naturale: se non si scalfisce la credenza, che poi è credenza nell’autorità inevitabile, non si scalfisce la credenza nel carattere necessario del monopolio.

Eppure, si dirà, il territorio è necessariamente unitario, e quindi le decisioni riguardanti il territorio saranno, di conseguenza, necessariamente unitarie; sono  evidenti il salto logico e la fallacia naturalistica connesse in un simile modo di argomentare, sicché l’argomentazione stessa deve essere meglio analizzata; anzitutto occorre interrogarsi su quale sia l’unità di misura, la dimensione minima, massima, o ideale di riferimento, quando si stia parlando di “territorio” e, quindi, di quale sia l’estensione delle decisioni che lo debbano riguardare, proprio in funzione dei fatti “naturali” che investono il territorio stesso. E’ innegabile che un’opera che impatti sul territorio sia monopolista “naturale” di quella porzione di territorio; non è però “naturale” che l’opera debba essere realizzata trattandosi di decisione positiva; può essere invece “naturale” che opere vi debbano essere? Nemmeno questo è vero; per un primitivista come Zerzan, ad esempio non vi “deve” essere alcuna opera, nessun impianto, né pubblico, né privato deve essere realizzato in alcun luogo, sicché anche questa affermazione richiede di essere riposizionata nei termini dell’affermazione istituzionale e formale e per nulla affatto nell’ambito delle affermazioni a fondamento naturale, ammesso e non concesso che affermazioni prive di fondamento formale e istituzionale sussistano, posto che il linguaggio è già in sé istituzione, sicché è probabilmente impossibile persino che possa esprimere proposizioni che non nascano geneticamente di già istituzionalizzate e di rilievo formale in una qualche misura.

Ammesso però che noi si viva in società e nella modernità, ammettiamo però anche che opere che impattino sul territorio, quindi “monopolisticamente”, siano da realizzarsi, e allora interroghiamoci su relativi impatto e portata; emerge subito l’interrogativo su quanto esteso debba essere questo impatto, quindi, banalmente, “quanto grande” debba essere l’opera: appare ineludibile, infatti, tra estensione dell’opera ed emersione, in una forma o nell’altra, dell’elemento monopolistico, e anche un’opera privata, riconnessa alla nozione stessa di proprietà privata, ha rilevanza mopolistica, sia pure circoscritta, salvo poi verificare quanto circoscritta, dato che si pretende anche la sussistenza di proprietà private molto estese, con ogni conseguenza nei termini dell’attribuzione del relativo potere decisionale.

Se però devo limitarmi a costruire la mia capanna nel bosco, l’elemento monopolistico viene ricondotto alla concorrenza monopolistica molto ridotta del mio essere monopolista di me stesso, e la questione perde moltissimo del proprio rilievo; se invece, per congiungere la mia capanna alla tua emerge l’esigenza di costruire una strada l’opera, non solo è alquanto “estesa”, ma produce altresì l’effetto “indivisibile”, e “comune alle parti”, di congiungere la mia capanna alla tua, sicché ne emerge quello che parrebbe un interesse comune; l’interesse cioè di congiungere la mia capanna alla tua si direbbe comune a me e a te e da noi condiviso. Ma anche una tale affermazione non pare così fondata al punto di divenire assiomatica;  infatti, io potrei non avere nessun interesse a congiungere la mia capanna alla tua, a fronte invece di un tuo interesse di segno esattamente opposto, o viceversa, sicché emerge con chiarezza come quello che si direbbe bene pubblico e comune è viceversa a propria volta geneticamente intriso, almeno virtualmente e potenzialmente, di conflitti di interessi a fondamento stesso della decisione stessa, e non solo in relazione al contenuto ipotetico della decisione, sicché delle due l’una: o la strada si realizza, ovvero non si realizza, ma, in entrambe le ipotesi, ci troviamo di fronte a una scelta collettiva dagli effetti indivisibili, dato che, nel primo caso il mio interesse si impone sul tuo, mentre nel secondo caso è il tuo ad essersi imposto sul mio. ecco allora che, se questa è una supposta situazione originaria non istituzionalizzata, qualcuno comincia a sentire l’esigenza di un decisore.

Vero è però che, se io non voglio che la congiunzione tra le due capanne attraverso la strada si realizzi, preferirei che non venisse istituito alcun decisore, laddove la tua preferenza sarebbe di segno esattamente opposto; ma anche a tale proposito occorre essere vigili nella ricostruzione: se, infatti, prevalendo la mia sensibilità, non si viene a costituire alcun decisore, in modo che trovi inveramento l’obiettivo di non realizzare la strada, permane però un vuoto decisionale, diciamo pure un vuoto di potere, che però potresti colmare tu, realizzando direttamente la strada, o facendola realizzare da qualcuno di tua fiducia; da qui l’emersione di un paradosso, ossia l’evidenziarsi della necessità che sia costituito un decisore, quand’anche egli non faccia assolutamente nulla, come garante –e allora si tratterebbe di “stato minimo” e di garante liberale- del fatto che, ove sia preferibile non far nulla, non si faccia poi davvero effettivamente nulla; ed ecco allora però anche che, in tal modo, si viene a rafforzare l’eventualità che si viene a trasferire sul decisore, delegandoglielo, il potere di decidere quando fare, e quando non fare, quando agire e quando non agire, quando scegliere e quando non scegliere, e quindi quando gli compete decidere: ma già questa è una decisione e una pre-decisione, una competenza sulla propria stessa competenza.

A fondamento del monopolio si viene a collocare perciò non solo la necessità di fare, ma anche quella di non fare, perché anche questa è scelta indivisibile; ma poiché il presupposto di questo è che il monopolista decisore, nella propria attività deliberativa, esprima un interesse –nel nostro esempio, l’interesse mio a non realizzare la strada, o l’interesse tuo a realizzarla effettivamente-, emerge altresì l’esigenza che il decisore sia anche capace di farsi conciliatore e arbitratore dei diversi interessi, introducendo però in questa attività anche l’interesse proprio nel momento in cui si fa decisore, non potendo prescindere in tale attività dalla sua propria entità di soggetto autonomo.

La questione che si pone, e che emerge prepotentemente, è però che, in un caso come quello dell’esempio prospettato, non è possibile contemporaneamente sia realizzare la strada, sia non realizzarla, sicché uno dei due interessi viene inevitabilmente sacrificato, e nella scelta il decisore introdurrà elementi arbitrari suoi di valutazione: la via di fuga è quindi quella di realizzarla, ma con determinato modalità e accortezze, che concilino in qualche modo, soddisfacendolo in qualche misura, anche l’interesse di chi non vuole che la strada sia realizzata. Ecco allora che la ricerca di un interesse comune e condiviso, nonché la sua implementazione, invoca la partecipazione e il coinvolgimento dei diversi interessi, e quindi l’affermazione di un qualche nesso, la cui estensione va sottoposta a verifica, tra monopolio e comunismo, fermo restando che il monopolista rivendica propri caratteri di “creatività” nel ravvisare i contenuti della decisione: e quindi il monopolista si impone, in quanto sia da implementarsi un bene comune, un interesse pubblico, una scelta indivisibile, che sia scelta di fare, scelta di non fare, scelta di fare, ma in modo anche da non scontentare del tutto chi non vuol fare, o chi vuol fare diversamente, e, trovandosi nella difficoltà di accordarsi, si aprono spazi per il monopolista di farsi elicitatore tra i diversi interessi.

Emerge quindi subito però anche la nozione di contratto, dato che se vi sono interessi da conciliare, il modo immediato della loro conciliazione è la negoziazione tra gli interessi differenziati; però è anche scelta pubblica indivisibile quella che il contratto sia poi davvero stipulato, quando si potrebbe ancora scegliere di non stipularlo affatto, e allora ricadremmo in quella situazione di incertezza, per la quale io, non volendo che la strada sia realizzata, preferisco che non si decida assolutamente nulla, incorrendo però nel pericolo che, non volendo decidere nulla, sia poi tu a decidere unilateralmente anche per me, realizzando direttamente la strada. Tale situazione di incertezza apre la strada alle ricoradate tematiche relative alla teoria dei giochi, ai dilemmi del prigioniero, ai falchi e colombe e così via, in funzione della necessità di esprimere le diverse sensibilità umane, allorchè ci si accosta alla teoria delle decisioni. E allora, tornando a noi, se questa pulsione nella direzione del monopolio è difficilmente eludibile, resta ancora aperta la questione di come questa possa fondersi con la tensione nella direzione, a propria volta necessitata, della concorrenza, nonché del carattere comune degli interessi perseguiti, e quindi della partecipazione nella decisione, cercando di fare sì che la dimensione territoriale non finisca con l’emergere talmente preminente, al punto da opprimere le esigenze alternative rispetto a quella brutalmente monopolistica.

La soluzione, epperò, non ve la dico: non parlo svizzero e ragazzino lassiami lavorare, che non siamo mica qui a darla via gratis...

5 commenti:

  1. Di difficilissima lettura. Mi dichiaro non all'altezza e abbandono poco oltre la metà un testo scritto per iniziati.

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  2. ahahahaha mi sono sbellicato :)

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  3. Non so se è veramente opportuno tentare di andare così alle origini del comportamento sociale umano. Si rischia di trovarsi, così come avviene nella fisica astronomica, di fronte a "singolarità" che prescindono dalle regole antropologiche che noi conosciamo e che sono nate dopo. Ma ci rifletterò lo stesso. Mario Caruselli

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