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domenica 13 settembre 2015

Valore-lavoro, costo come limite del prezzo, concorrenza e proprietà calata nel mercato

di Fabio Massimo Nicosia

Occorre muovere dalla considerazione che il valore-lavoro ricardiano e marxiano  in realtà non sfugge alla legge della domanda e dell’offerta, dato che se uno produce un dato bene con il proprio lavoro è perché presuppone che vi sia una domanda al riguardo, diversamente non lo produrrebbe (così interpretiamo la tesi a suo tempo espressa da Adolphe Landry).
Nessuno produce un bene, affrontandone dunque i costi, se nessuno desidera quel bene, a meno che non si tratti di un’ipotesi di autoconsumo, e quindi il valore è comunque sempre determinato dall’apprezzamento soggettivo, dall’utilità di chi si presume vorrà acquistarlo.
Il “lavoratore” realizzerà quindi il bene sempre nell’aspettativa che esso sarà di utilità per qualcuno.
Capita comunque che questa produzione avrà dei costi, ed è a questi costi che va ricondotto in ultima analisi il valore-lavoro (Josiah Warren).
Senonché questi costi ricomprendono molte cose, non solo lo stretto necessario a realizzare il bene o il servizio.
Ad esempio, se uno decide di studiare per fare il medico, ribadito che effettua tale scelta proprio perché ha giudicato che nel mercato vi sarà una domanda di medici, egli avrà dovuto affrontare dei costi per la propria preparazione, e ciascuno di essi è a propria volta, in ogni passaggio, calato nel mercato.
Ma questi costi assumono, in tale quadro, i caratteri dell’investimento: tuttavia, non si è titolari di un “diritto” a recuperare i costi affrontati in un investimento, dato che un investimento è un rischio a proprio carico.
Nello stabilire il prezzo della sua prestazione, questo medico cercherà di recuperare anche i costi affrontati con l’”investimento”, ma, tra i rischi che affronta, vi è anche quello che altri abbia saputo raggiungere lo stesso o miglior risultato a costi minori.
Con la conseguenza che quest’ultimo potrà praticare prezzi più bassi, o equivalenti ma con utili superiori.
In regime di concorrenza, egli si assesterà al livello di un prezzo immediatamente inferiore a quello di un concorrente che ha speso-investito di più, senza raggiungere risultati migliori.
In definitiva, anche tenendo a riferimento il costo come limite del prezzo, sarà sempre il mercato a fissare il prezzo stesso, sia nel senso del più ampio sistema domanda-offerta con riferimento all’originaria  scelta del mestiere o professione, sia nel senso che sarà inutile esporre costi superiori a quelli che la domanda è disponibile a sopportare.
Come dice David Friedman nel poco noto volume “Hidden Order”, il prezzo di un bene dipenderà sempre da una combinazione dei suoi costi oggettivi con i giudizi di utilità che i potenziali fruitori potranno esprimerne con riferimento a esso.
A questo punto si può opporre che ripagare i costi affrontati sia una scelta etica per evitare lo sfruttamento del produttore, ma in realtà a tale obiezione si è già risposto, perché, a parità di esigenza etica (ripagare il lavoratore-produttore dei costi sofferti), non si vede perché il consumatore dovrebbe prescegliere chi abbia speso-investito di più, a parità, ceteris paribus, di servizio offerto e fornito.
Che cosa significa ceteris paribus?
Significa che, ai fini del ragionamento sin qui svolto, occorre astrarre, in termini analitici, da qualsiasi situazione particolare delle diverse fattispecie.
Ad esempio, non solo a parità di costo di un pacchetto di sigarette o di una lattina di bibita, ma anche nel caso in cui il costo sia addirittura superiore, io potrò comunque scegliere di recarmi in un locale di vendita che abbia particolari attrattive di altro genere: una cassiera carina, musica soffusa, arredamento più coinvolgente, o qualsiasi altro elemento capace di incidere sulla costituzione della mia preferenza.
Ciò comporta un’ulteriore difficoltà della dottrina del valore-lavoro e di quella del costo come limite del prezzo, e cioè che, a ben vedere, tali teorie si muovono sempre nell’ambito di un’idea di concorrenza perfetta, mentre la concorrenza non è mai perfetta, ma semmai sempre monopolistica (Edward Hastings Chamberlain), nel senso che, se io voglio avere a che fare con un certo Paolo Cassamagnaghi, esiste un solo Paolo Cassamagnaghi, e tuttavia egli è in concorrenza con un certo Roberto Savino, ove io volessi avere a che fare anche con lui: sussiste quindi tra loro concorrenza, e tuttavia vi sono un solo Paolo Cassamagnaghi e un solo Roberto Savino, entrambi “monopolisti” di sé medesimi.
In realtà, per esservi concorrenza perfetta, si dovrebbe giungere a una situazione divertente, ma paradossale, ossia di due attività che si svolgano in eodem loco ac in eodem tempore per eade mercede, ossia una libreria che venda gli stessi libri allo stesso prezzo di un’altra libreria che sia collocata nei suoi stessi locali!
Basta che la libreria (o l’edicola) sia dall’altra parte della strada, che la concorrenza si trasformi in  “monopolistica”, perché ciascuna di entrambe detiene una collocazione privilegiata rispetto all’altra con riferimento a una certa quantità o qualità di potenziali fruitori!
Tutto quanto precede vale anche a spiegare quanto abbiamo sostenuto in passato in varie occasioni a proposito del fatto che non solo i beni, ma persino la proprietà è fondata sul consenso, e quindi calata a sua volta nel mercato.
Così infatti come i teorici del valore-lavoro fondano il valore del bene sul lavoro, allo stesso modo John Locke e suoi eredi anarco-capitalisti alla Murray Rothbard fondano sul lavoro la proprietà (lavoro-proprietà).
In entrambi i casi si tratta dell’espressione di un’ideologia “laburista”, che sacralizza il sacrificio del lavoro come fondamento di ogni ricchezza. In fondo Marx non si distacca un granché da Locke, in questo, se non nel senso che enfatizza il fatto che il lavoratore dipendente sarebbe “sfruttato”, in quanto una quota della ricchezza da lui prodotta, il "plusvalore", che quindi dovrebbe essere viceversa di sua “proprietà”, viene appropriata dal datore di lavoro capitalista.
A ciò noi abbiamo opposto invece che la proprietà, esattamente come lo scambio di beni nel mercato, si fonda sul consenso, ed è dalla mancanza di consenso, e quindi dall'appropriazione unilaterale della terra, che deriva semmai piuttosto lo "sfruttamento" del lavoratore subordinato, che storicamente diviene tale solo in quanto deprivato dalle enclosures dei suoi diritti originari sulla terra già comune (Il Capitale, Libro I, cap. XXIV).
Infatti, allorché qualcuno impianta una qualsiasi attività in una porzione di territorio che abbia occupato, egli si autosottopone ai giudizi di utilità degli altri, che non sono mai moralmente obbligati a rispettare quell’attività, che per loro può anche costituire una mera esternalità negativa (“Le parole di A non vincolano B”, come rileva il filosofo morale Patrick Nowell-Smith).
E così, ad esempio, quando Bastiat o von Hayek affermano che “la proprietà è utile anche per il non proprietario”, ciò vale non come assioma a priori per tutti i casi, ma come ipotesi empirica da verificare sul campo.
In pratica, se impianterò un’attività di produzione di grano in una zona che abbia bisogno di grano, è assai verosimile che gli altri (“la comunità”, “il mercato”) non abbiano alcunché da ridire, altra cosa è se io pretendessi di impiantare qualsiasi altra cosa ritenuta disutile (un muro divisorio che mi impedisca la libera circolazione) o addirittura dannosa (ad esempio una centrale energetica inquinante).
Qualcuno riterrà questa un’eccessiva interferenza nell’attività del proprietario-imprenditore (ogni proprietario lo è in qualche misura, dato che la nozione di “impresa” va intesa in senso lato appunto come qualsiasi tipo di attività si svolga nel perimetro rivendicato), eppure si tratta di concetto in realtà molto semplice
In effetti, un imprenditore-proprietario che non svolga attività ritenuta utile dal mercato, vale a dire “dagli altri”, già oggi è soggetto alla sanzione del fallimento, con conseguente espropriazione del bene del fallito, a ulteriore riprova che -quali che siano i "costi" da lui sopportati nell'accezione sopra individuata- in assenza di consenso altrui nulla è possibile per un imprenditore-proprietario e, quindi, per ricongiungerci al punto dal quale abbiamo preso le mosse, allo stesso “lavoratore”, in qualsiasi accezione si intenda questo termine.
Non foss’altro perché persino il lavoratore dipendente sopporta il rischio di fallimento dell’imprenditore  proprio datore di lavoro: la sua stabilità, infatti, non è superiore a quella della tartaruga che poggi sul dorso di un’altra tartaruga!

2 commenti:

  1. Alessandra Nannei14 settembre 2015 06:31

    Contiene molte osservazioni interessanti, che si concretano, mi sembra, sulla questione della proprietà dei mezzi di produzione ed in particolare della terra. Gli individui sono stati privati della proprietà comune della terra, con le conquiste militari, le enclosure ed altri mezzi più o meno violenti. E' un'idelogia che ha pervaso il pensiero dei filosofi sin dall'inizio della rivoluzione industriale, i quali avevano in mente il comune, il villaggio dove tutti si conoscevano e potevano esecitare un controllo diretto sulla gestione della cosa pubblica.
    A mio parere dobbiamo chiederci se tali convinzioni sono valide ancora adesso. Come hanno notato, e studiato, gli economisti degli anni '60 e '70 del secolo scorso, i proprietari legali non sono più padroni della propria impresa, se si tratta di una grande impresa (tralasciamo le piccole imprese di proprietà individuale, prevalenti in Italia, dove la figura dell'imprenditore quasi si identiica con quella del lavoratore).
    La gestione, il controllo dell'impresa e dei mezzi di produzione è demandata fattualmente ai dirigenti, che diventano i veri e unici gestori dell'attività (H.Simon; Cyert & March).Queste conclusioni sono più che mai vere se dalla proprietà privata si passa a quella pubblica: il controllo della popolazione, che sarebbe la vera
    proprietaria della terra e del capitale, passa attraverso una lunga trafila di passaggi. Attraverso le elezioni, comunali, regionali, statali, ma anche attraverso la burocrazia che dovrebbe attuare le disposizioni politiche. Le distorsioni nel passaggio da un iter a un altro sono innumerevoli: noi italiani lo sappiamo bene. Ed abbiamo anche alle spalle l'esperienza dei paesi comunisti, il cui fallimento non è avvenuto per un errore ideologico, ma per non aver compreso la natura umana, fatta anche di pigrizia, indifferenza, ignoranza, opportunismo, avidità. Tutti ostacoli che si frappongono al buon funzionamento di un meccanismo illuminato.

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