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mercoledì 11 marzo 2015

LA DITTATURA LIBERTARIA - Appunti per una proposta

di Fabio Massimo Nicosia


Abbiamo esposto il nostro  concetto di dittatura libertaria in un precedente lavoro (“Il dittatore libertario – Anarchia analitica tra comunismo di mercato, rendita di esistenza e sovranity share, Giappichelli, 2011) e intendiamo in questa occasione riprenderlo in mano, al fine di divulgarne e precisarne ulteriormente le caratteristiche. 

A)     Il punto da cui partire è probabilmente il concetto di dittatura in Kenneth Arrow. Semplificando di molto, ci limitiamo a dire che, per Arrow, è impossibile un governante, anche democratico, che non imponga le proprie preferenze al resto della società. In questo senso, anche il governante libertario sarebbe inevitabilmente un dittatore, in quanto imporrebbe le proprie preferenze libertarie alla società. Ma c’è una differenza. Il dittatore libertario imporrebbe infatti alla società preferenze libertarie, ossia meta-preferenze. Il dittatore libertario verrebbe cioè collocato non al livello delle sue proprie preferenze di contenuto, ma al meta-livello della preferenza di consentire tutte le preferenze co-possibili, per utilizzare la dizione di Robert Nozick.

Il dittatore libertario consente quindi l’esplicazione di qualsiasi preferenza, alla sola condizione che si tratti di preferenza non invasiva e non impeditiva nei confronti dell’esplicarsi delle preferenze altrui.
Si noti che, alla luce dell'art. 138 della nostra costituzione e di altre simili, vien superata la distinzione schmittiana tra dittatura commissaria e dittatura sovrana, perchè qui il commissario è sovrano nel modificare la costituzione.

B)      Una seconda riflessione deriva dall’analisi del teorema di Amartya Sen sulla presunta impossibilità del liberale paretiano. Secondo Sen, dati un lascivo il quale voglia leggere un libro all’indice e un pudico che voglia impedirglielo, sarebbe impossibile contemperare le due pretese, è l’esito sarebbe quindi inefficiente in termini paretiani, ma anche “illiberale”, in quanto uno dei due interessi verrebbe totalmente sacrificato.

A nostro avviso Sen incorre in un grave abbaglio, anche se in uno scritto successivo –di solito trascurato nei resoconti- riconosce che la soluzione può trovarsi al livello delle meta-preferenze.

Il fatto è però che trasferendo la soluzione al meta-livello, si ammette che la situazione originariamente delineata  non era affatto “liberale”, perché uno dei due soggetti, il pudico, voleva impedire all’altro di leggere un libro, e la soluzione finalmente proposta come “liberale” è semplicemente quella di sacrificare l’interesse del pudico.

Sicché delle due l’una: o il pudico cambia scala delle preferenze, facendo propria l’inclinazione libertaria, ovvero il lascivo deve poter imporsi per poter leggere il libro. In questo senso egli si farebbe dittatore libertario.

C)      Il dittatore libertario è quindi innanzi tutto una figura metaforica: chiunque di noi può essere “dittatore libertario”, imponendosi e impedendo gl’impedimenti agli illiberali. Ovvero, come propongono gli anarco-capitalisti, di riunirsi in agenzie di protezione per raggiungere lo stesso risultato. Tuttavia vi è un problema. E cioè che, nel mondo moderno, non risulta che l’inclinazione libertaria sia particolarmente diffusa. Dato il sistema democratico, rischiano cioè di prevalere costantemente le pulsioni illiberali, per quanto si possa sempre confidare nell’evoluzione del costume. Le battaglie sui diritti civili lo dimostrano. Esse hanno accompagnato per molti anni questa evoluzione, qualche volta l’hanno anticipata (droghe), altre volte (si pensi alla chiusura dei manicomi) si sono imposte a un’opinione pubblica recalcitrante. Sic stantibus rebus, la proposta degli anarchici di puramente e semplicemente demolire lo Stato non ci garantisce che ne emergerebbe una società libertaria, se l’inclinazione libertaria nella società è ancora minoritaria. Che cosa devono fare allora i libertari? A nostro avviso è loro compito andare al governo e imporre la loro dittatura (meta-dittatura) alla società, mettendo gl’illiberali in condizione di non nuocere. Ciò ci avvicina alle teorizzazioni  di Nozick sullo Stato minimo, ossia uno Stato limitato ai compiti di polizia e di giustizia. Naturalmente tale proposta sarebbe inaccettabile, se non si precisa che polizia e giustizia devono essere incaricate, per una fase che si presume solo transitoria (ossia sin quando l’inclinazione libertaria non sarà sufficientemente diffusa nella società), solo per implementare i principi dell’inclinazione medesima.

D)     La nostra proposta è stata criticata, invocando i principi anarchici di Saint Imier contro quelli marxiani e marxisti. Vediamo allora in che cosa tale proposta somiglia e in che cosa differisce da quella delle correnti marxiste del socialismo. Somiglia sotto il profilo della presa del potere.  Gli anarchici, come alcuni liberali, vedono nel potere solo una cosa cattiva, ma non spiegano come farebbero loro a realizzare la società da loro auspicata, attraverso quale processo di transizione, salvo scoprire i crimini di cui gli anarchici si sono macchiati, non meno di altri, nel corso del periodo rivoluzionario spagnolo della seconda metà degli anni ’30 del secolo passato. E allora si dica chiaramente che si punta alla presa del potere, e che da lì si governi un processo di transizione verso la società futura.

Se vi è questa analogia, vi sono però anche profonde differenze. Marx, e soprattutto Lenin, pensavano a una presa del potere che comportasse un rafforzamento dello Stato, mentre la nostra proposta ne implica, non troppo paradossalmente, l’indebolimento. S i tratta infatti, sia pure dal governo, di ampliare progressivamente e incessantemente le libertà individuali, fino a immaginare l’estinzione dello Stato non, come in Marx e Lenin (ma anche in Stalin e Mao) come uno strano effetto automatico di quel rafforzamento, ma come un obiettivo da perseguire coerentemente, lucidamente e consapevolmente.

E)      Ci si può porre, a questo punto, il problema di quale sia la dimensione ottimale dello Stato, del quale il dittatore libertario si debba impadronire. Come è noto, sia gli anarchici che gli anarco-capitalisti amano la piccola dimensione e, soprattutto i secondi, sono fautori delle secessioni a catena. Entrambi però sono anche federalisti. Noi riteniamo che un’efficace dittatura libertaria non possa che esplicarsi, al meglio, solo al livello mondiale, garantendo altresì la pace perpetua secondo il modello di Immanuel Kant. Incessante lotta interna ai portatori di inclinazione autoritaria, quindi, ma per far ciò occorre evitare i conflitti internazionali, che sono il brodo di coltura ottimale di quella inclinazione, internalizzando così le dittature e combattendole non come un nemico esterno, al quale “esportare la democrazia”, ma come un nemico da sconfiggere con la competizione politica. Quindi il modello federalista può essere confermato, per quanto riteniamo che sia più probabile che l’estinzione dello Stato sia immaginabile se lo Stato sia uno solo, nel quale concentrare le forze, piuttosto che se siano molti, creando barriere e resistenze di ogni tipo.

F)      Un altro tema che si può porre è quello di quale sia, se vi sia, la classe sociale di miglior riferimento della nostra proposta. Se Marx affidava al “proletariato” le sorti della palingenesi universale, e ad esempio un Piero Gobetti vedeva nella classe operaia (non meno però nei più dinamici capitani d’industria) il ceto in atto portatore delle nuove istanze liberali, noi preferiamo far riferimento, come detto, ai portatori di una particolare qualità psicologica e culturale, da chiunque posseduta, l’inclinazione libertaria. Può essere perciò, in base ai dati empirici, che tale qualità sia presente in diversi ambiti sociali, ma è certo più verosimile che sia più diffusa tra i ceti colti metropolitani, piuttosto che in quelli analfabeti o rurali. Ma siamo disposti a ricrederci. Certo che, sul piano strutturale, vanno favoriti tutti quei processi evolutivi che, attraverso l’automazione, liberino dalla schiavitù del lavoro salariato, al di là di qualsiasi reazionarismo sindacale: il che pone il problema epocale della scissione del concetto di reddito da quello di lavoro. Del che un dittatore libertario non può certo disinteressarsi, dato che compito suo non è ovviamente quello di tutelare i diritti di proprietà come storicamente conformatisi, ma di riconoscere che questi non costituiscono altro, spesso, o almeno ai livelli più alti, privazione della libertà negativa dei più, come dimostra l’odierna crescente compenetrazione tra articolazioni dello Stato post-assistenziale con il grande capitale finanziario, energetico, etc., secondo il modello che abbiamo definito dell’idiocrazia

G)     Un altro tema che viene in evidenza è quello del tasso di “democraticità” che debba possedere uno Stato nelle mani di una dittatura libertaria. A nostro avviso, tale dittatura deve essere puramente e semplicemente implacabile nei  confronti degli autoritari, che potranno ben sì aprir bocca, ma non mai attuare le proprie deliberazioni, che andranno indefettibilmente represse. Emerge così la questione dei pesi e contrappesi, propria della tradizione liberale. Se pesi e contrappesi significa che a ogni “peso” libertario” debba corrispondere un “contrappeso” autoritario, non siamo certo di questa idea. Pesi e contrappesi hanno senso solo fin quando il governo sia in mani autoritarie, dimodochè i libertari possano quantomeno difendersi. Ma se i libertari dovessero andare al potere, nessuno  dovrà fermare o rallentare il loro predominio, perché, a livello meta-normativo, ognuno potrà certo leggere i libri che vorrà ed esprimere la propria opinione, ma non certo metterla in pratica, pena l’impedimento dell’impedimento.

H)     A questo punto si dirà che il potere corrompe e che il potere assoluto corrompe assolutamente. Nulla di più vero. E infatti noi auspichiamo che al governo materiale libertario si affianchi il dittatore libertario “metaforico” al quale abbiamo accennato, un movimento di consapevoli, riconoscenti in sé stessi l’inclinazione libertaria, che fungano essi sì da contrappeso efficace alle possibili degenerazioni del governo libertario. Non confidiamo certo che questo contrappeso possa venire dagli autoritari, se non forse, in qualche occasione, a livello inconsapevole.

I)        Infine, solo un cenno alla questione dell’organizzazione politica dei libertari, in poche parole all’opportunità di dar vita o no a un partito libertario autonomo.  E’ probabile che un simile partito non potrà mai ambire ad avere i numeri sufficienti per poter governare una nazione, come dimostrano le vicende dei radicali in Italia (che hanno dato il meglio di  sé come ostruzionisti o come collettori di proposte popolari, affiancando e anticipando l’evoluzione del costume) o del libertarian party americano. Abbiamo perciò la sensazione che la strategia migliore sia quella dell’entrismo nei partiti maggiori, per conquistarne la leadership. Naturalmente, questo presuppone che dai libertari sappia emergere una élite particolarmente efficace e brillante (solo se è tale può pensare di conquistare un grande partito), ma questa possibilità non è nella nostra disponibilità, quanto piuttosto nella testa di Giove. Dirà il futuro. Certo, da evitare sono i piagnistei sugli attentati alla Costituzione e sulla morte del parlamentarismo. Chi oggi rafforza i poteri dell’esecutivo, se è vero che lo fa, non fa che lavorare per noi.

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