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lunedì 2 febbraio 2015

Anarchismo, politica e la "libertà senza rivoluzione"


Di Domenico Letizia

 

Le elaborazioni contenute dall’ultimo volume del Berti “Libertà senza Rivoluzione”, che si condividano o no, forniscono una riflessione alla quale ogni sincero libertario e anarchico non può sottrarsi, sia come portata storica, sia come probabile proposta etica politica da attualizzare all’interno del movimento libertario internazionale. La fine della possibilità rivoluzionaria, della rivoluzione sociale, il fallimento catastrofico del comunismo ovunque si sia applicato, hanno decretato non solo una schiacciante vittoria per il capitalismo ma uno scacco enorme per tutto il fronte progressista che deve rivalutare e rianalizzare la società attuale, se non vuole scomparire dal panorama politico, oppure divenire la copia smussata delle formazioni di centro destra, conservatrici. Quello che il movimento libertario deve assolutamente ritenere priorità è una analisi libertaria del fenomeno capitalista, analisi che sia scevra di ogni elaborazione marxista evitando di collocarsi fuori da un’ autentica logica libertaria. Il comunismo è un aspirazione olistica, un progetto che vorrebbe farsi totale ed esaustivo per la realtà, il capitalismo è già di per sé esaustivamente olistico. Il capitalismo è allo stesso tempo il contenitore e il contenuto della “società aperta”, ricordando Popper, per cui la forza del capitalismo vive nel rapporto tra l’oggettiva spinta antropologica allo scambio e la soggettiva spinta antropologica all’acquisizione illimitata. Il capitalismo vi è sempre stato anche se ha preso forma definitiva unicamente quando sono maturate certe condizioni storiche. Ciò su cui dovrebbe riflettere il pensiero libertario moderno è l’affermarsi in modo spontaneo del capitalismo, se non viene impedita con la forza la sua espressione diretta, lo scambio.
La vittoria moderna e definitiva del capitalismo sul comunismo coincide con l’esaurimento della centralità del movimento operario e socialista, dissolvendo, di fatti, il problema della collocazione politica dell’anarchismo. Concepito in termini politico-sociali esso si è sempre collocato all’estrema sinistra; concepito, invece, in termini di teoria politica presenta una maggiore complessità
interpretativa poiché, da un punto di vista teorico, l’anarchismo è oltre la destra e la sinistra, non ha alcuna origine di classe, diversamente del movimento anarchico in ambito storico. L’anarchismo si è collocato a sinistra perché il suo anticapitalismo è stato predominante rispetto al suo libertarismo. Se l’anarchismo rimane prigioniero del paradigma destra/sinistra, la sua capacità d’azione sarà destinata a rimpicciolirsi ulteriormente. Alla contrapposizione destra/sinistra deve subentrare il paradigma di riferimento autorità/libertà, dominio/libertà e secondo tali concetti vanno analizzati il comunismo e il fenomeno capitalistico. Il politico è più importante del sociale e la libertà è più importante dell’anticapitalismo, quindi, per conseguenza logica, dell’eguaglianza. Ne consegue che per pensare ad un anarchismo oltre la diade destra/sinistra occorre ripensarlo svincolato dalla storia del socialismo e dal movimento operario e più in generale dalla storia delle rivoluzioni proletarie. Bisogna passare dalla priorità dell’eguaglianza alla priorità della libertà, e secondo tale analisi concettuale bisogna analizzare anche il fenomeno capitalistico e la società libertaria da rincorrere. Una corretta analisi libertaria dei fenomeni storici dell’alienazione e dello sfruttamento attuale concepisce che non ha senso imputare al “mercato” la situazione di soggezione dei lavoratori, derivante invece dall’esistenza della credenza sulla sussistenza del monopolio della forza, che nel proteggere i titoli di proprietà, frutto dello statalismo e non del mercato, contribuisce fortemente a mantenere in posizione deteriore lavoratori subordinati e disoccupati.

Una vera analisi libertaria parte dal presupposto che la condizione necessaria e sufficiente per avere il mercato è il confronto tra gli esseri umani, e dunque si ha mercato anche se gli spazi sono comuni, anzi tali spazi avvalorano tale confronto. Come ha più volte espresso Fabio Massimo Nicosia (con formulazioni autenticamente libertarie) il problema teorico fondamentale della dottrina del libero mercato è quella che analizza se l’attribuzione dei diritti di proprietà sia a sua volta immersa nel mercato stesso, ma in effetti non si vede come possa essere diversamente, dato che qualsiasi ipotesi difforme implicherebbe la presenza di un autorità al di fuori del mercato libero. Se analizziamo il fenomeno del mercato e dell’alienazione, come ci dimostra Nicosia, e contemporaneamente guardiamo all’anarchismo secondo il paradigma autorità/libertà, come descrive il Berti, possiamo anche formulare visioni pragmatiche di probabili situazioni concrete di problematiche sociali in un’eventuale società libertaria, quindi, priva di statalismo. Come ci illustra sempre il Nicosia, se è vero che in assenza di stato i “proprietari” potranno difendere i propri beni da sé, o reperendo i servizi di sicurezza sul mercato, in un siffatto contesto i non proprietari, i proletari, ove presenti, saranno autorizzati a loro volta all’omologo, costruendo proprie agenzie di protezione (strutture anarcosindacaliste) che contrattino con i proprietari e i datori di lavoro, senza che sia possibile predeterminare l’esito di una contrattazione, affidata interamente allo scambio, al rapporto di forza, libero dai meccanismi autoritari delle attuali istituzioni e alla capacità persuasiva. Ritornando alla teoria politica libertaria se il confronto con il comunismo è fallito, quindi da tralasciare, una nuova prospettiva potrebbe aversi da un serio confronto tra liberalismo e anarchismo. L’anarchismo dovrebbe partire dal presupposto che la liberal-democrazia deve essere analizzata come realtà non prescindibile, poiché la sua eliminazione non va auspicata dal momento che la sua esistenza è la condizione storica stessa per il suo superamento in direzione anarchica. Bisogna entrare nell’ottica teorica che l’anarchismo, se vuole essere contemporaneo, è il naturale fenomeno che supera la liberal-democrazia, il passo successivo, l’anarchismo ha la possibilità di divenire protagonista se si auto-pensa e auto-pone dopo la liberal-democrazia e non contro la liberal-democrazia. L’anarchismo ha il compito di proporsi oltre il capitalismo e non contro il capitalismo, sostenendo una possibilità della libertà, non un punto di vista riformista, ecco perché bisogna insistere sui nessi che uniscono l’idea anarchica a quella liberale a quella democratica; insistere cioè sul rapporto politico che passa tra chi propugna di limitare il potere (liberalismo) e chi propone di estendere il potere a tutti (democrazia). Sappiamo che la soluzione liberale e quella democratica avallano un sistema di potere. Ma questo non è un buon motivo per non porre il problema teorico politico di tale connessione.

Perché è importante tale confronto? Perché, a rigore di logica, come esaminano sia Nicosia che Berti, il libertario è qualcosa di più del liberale, non certo di meno. Il libertario è tutto ciò che è liberale più qualcos’altro, sicché potremmo anche sostenere che il liberalismo sta al libertarismo anarchico come il socialismo sta alla fase suprema del comunismo nella tradizione marxista. La classe di ciò che è libertario ricomprende cioè entro sé per intero la classe di ciò che è liberale, non si interseca con essa. Come ha scritto anche Stefano D’ Errico, una delle categorie politiche sparite nel Paese è quella del liberalismo. I ‘sinceri liberali’ in Italia non hanno più rappresentanza. Hanno però lasciato che si fregiassero di questo ‘titolo’ i soggetti più squalificati del ceto politico nostrano. Nell’aprile del 1923, Berneri sostenne essere gli anarchici “i liberali del socialismo”. Il liberalismo di Gobetti era considerato compatibile per un’alleanza con l’anarchismo, perché “richiama a Pareto, a Einaudi, ecc”. Sicché il libertario illiberale (come vogliono alcune formulazioni teoriche dell’anarcocapitalismo collegate al conservatorismo culturale, ovvero, paleo-libertarie) è un non senso che non può essere preso sul serio. La non affermazione del libertarismo è il prodotto proprio della consapevolezza che buona parte della sinistra non ha metabolizzato la sconfitta del marxismo ed ha dimenticato le radici socialiste libertarie, laiche e liberalsocialiste del movimento dei lavoratori e del movimento progressista italiano. Così tutto quello che emerge spontaneamente in termini di autorganizzazione, democrazia di base, etc., non trova riferimenti storici e non sa farsi ‘scuola’ per un vero cambiamento qui ed ora, senza se e senza ma.
*Relazione tenuta a Roma il 30 maggio 2013 in occasione della presentazione dei volumi di Nico Berti e Stefano D’Errico, “Libertà senza Rivoluzione” e “Anarchismo e politica”.

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